A dieci anni dal terremoto che devastò il centro Italia, Enzo Rendina, noto come l'"irriducibile" di Arquata del Tronto, porta ancora su di sé i segni di quella notte e delle complesse vicende che ne seguirono. Il sisma non solo distrusse la sua casa e il suo paese, ma lo catapultò anche in una difficile vicenda giudiziaria culminata in una condanna penale e un periodo di detenzione. La sua è una storia di sfollamento, resistenza e amarezza per una ricostruzione che tarda ad arrivare nelle aree duramente colpite, come Pescara del Tronto, frazione del comune di Ascoli Piceno.

La vicenda giudiziaria: dall'arresto alla condanna

Era il 30 gennaio 2017 quando Rendina, che aveva trovato rifugio in una tensostruttura destinata ai vigili del fuoco, fu ripetutamente invitato dai carabinieri a trasferirsi nell'albergo messo a disposizione dal Comune di Arquata. L'uomo rifiutò, supportato da una certificazione medica che attestava un grave stato depressivo e una fobia per gli ambienti chiusi. Di fronte all'ennesimo diniego, i militari tentarono di allontanarlo fisicamente. Rendina reagì cercando di divincolarsi, venendo infine immobilizzato, arrestato e condotto nel carcere di Marino del Tronto, dove trascorse due notti.

La vicenda ebbe un seguito legale: nel febbraio 2021, il Tribunale di Ascoli Piceno lo condannò a cinque mesi, con pena sospesa, per interruzione di pubblico servizio e resistenza a pubblico ufficiale.

Tuttavia, nell'aprile 2023, la Corte d'Appello di Ancona lo assolse dalla prima accusa, rideterminando la condanna per resistenza a quattro mesi, sempre con pena sospesa e non menzione. La pubblica accusa aveva inizialmente richiesto la conferma della sentenza di primo grado. Rendina ha commentato la conclusione della sua odissea giudiziaria con amarezza: "È finita con una condanna. Io ero l'unico fastidio che avevano per fare quello che volevano".

Il difficile ritorno alla normalità e la critica alla ricostruzione

Le conseguenze del carcere si fecero sentire profondamente. Per diversi giorni, Rendina non riuscì a dormire in una stanza chiusa, trovando riposo solo in macchina, nella hall dell'hotel o conversando con il portiere di notte.

Fu solo dopo essersi addormentato casualmente durante il giorno che riuscì a superare quella paura. Oggi, la sua attenzione si rivolge alla ricostruzione di Pescara del Tronto, frazione che subì gravi danni e numerose vittime, che egli giudica con profonda amarezza: "È a zero, non c'è niente". Critica apertamente i nuovi interventi di consolidamento e nutre il timore che la parte bassa del paese, tragicamente colpita, non verrà mai ricostruita, nonostante gli interventi di rimozione delle macerie e pianificazione di nuove abitazioni avviati negli anni successivi al sisma.

Rendina esprime anche scetticismo riguardo al ritorno dei giovani nel territorio: "Non li riporti più. Hanno conosciuto una vita diversa, tra Ascoli, San Benedetto, le scuole, lo sport e le amicizie".

Lui stesso, che ora risiede a Roma, è ancora indeciso se partecipare all'anniversario del sisma ad Arquata: "Ci penso tutti i giorni a quella maledetta notte. Non è facile. Non so ancora". La sua testimonianza evidenzia le profonde ferite lasciate dal sisma, non solo materiali ma anche psicologiche e sociali, e le incertezze sul futuro di intere comunità.