A Parma, il 17 settembre 2026, la difesa di Chiara Petrolini ha formalmente impugnato la sentenza di primo grado emessa dalla Corte di Assise di Parma. La studentessa di Traversetolo era stata condannata a 24 anni e tre mesi di reclusione per il tragico caso dei due figli neonati, i cui corpi furono ritrovati sepolti nel giardino della sua abitazione. Nell’atto d’appello, i legali di Petrolini sostengono con fermezza che la giovane non fosse imputabile al momento dei fatti, a causa di una presunta incapacità di intendere e di volere, e chiedono pertanto l’assoluzione completa.
L’impugnazione ripropone una linea difensiva già adottata e sostenuta durante il processo di primo grado. Gli avvocati Nicola Tria e il nuovo difensore Guglielmo Gulotta hanno richiesto la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale. Tale richiesta mira all’acquisizione di un supplemento di consulenza neuropsicologica e, qualora ritenuto necessario, all’effettuazione di una nuova perizia psichiatrica. È importante sottolineare che, nel corso del giudizio davanti alla Corte di Assise, la perizia allora disposta aveva concluso per la piena capacità di intendere e di volere dell’imputata, una conclusione che la difesa intende ora contestare con nuove evidenze.
Le argomentazioni della difesa e le richieste d’appello
La nuova consulenza di parte, presentata dalla difesa, si avvale del contributo di esperti di rilievo come il professor Giuseppe Sartori, affiancato da Pietro Pietrini e Alessandra Bramante. Secondo le conclusioni di questi consulenti, “le operazioni mentali di Chiara Petrolini risultano gravemente deficitarie e suscettibili di ulteriore collasso nella condizione eccezionalmente stressante del parto”. Questa valutazione specialistica è il fondamento su cui la difesa basa la sua richiesta principale: l’assoluzione per incapacità di intendere e di volere, ritenendo che la giovane non fosse in grado di comprendere la gravità delle sue azioni o di autodeterminarsi in quel momento critico.
In via subordinata, qualora la Corte d’Appello non dovesse riconoscere un vizio totale di mente, i difensori hanno avanzato la richiesta di una diversa qualificazione giuridica del fatto contestato. Le ipotesi alternative indicate nell’atto d’appello includono l’omicidio colposo oppure l’infanticidio, reati che prevedono un quadro sanzionatorio differente rispetto all’omicidio volontario. Questa stessa richiesta subordinata contempla anche una significativa riduzione della pena rispetto ai 24 anni e tre mesi di reclusione pronunciati nella sentenza di primo grado.
L’impugnazione presentata dalla Procura di Parma
Anche la Procura di Parma ha presentato il proprio atto d’appello, contestando l’assoluzione di Chiara Petrolini per l’omicidio del primo figlio.
La sentenza di primo grado aveva infatti condannato la giovane per aver assassinato, con l’aggravante della premeditazione, il secondogenito. Tuttavia, per il primo figlio, i giudici avevano ritenuto che mancassero le prove certe della nascita in vita, portando all’assoluzione su questo specifico capo d’accusa. I pubblici ministeri hanno inoltre insistito sul riconoscimento del reato di soppressione di cadavere per entrambi gli episodi. La sentenza di primo grado, invece, aveva riqualificato il secondo episodio, divergendo sulla sua natura giuridica rispetto alle richieste della Procura.