Cinque medici del Bolognese sono stati ascoltati il 16 settembre 2026 presso la Questura di Bologna, in piazza Galilei. L'audizione si inserisce in un procedimento sulla presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false, finalizzate a impedire l'invio di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). La notizia ha evidenziato sia gli accertamenti sui professionisti sia un presidio di solidarietà organizzato all'esterno della Questura.

Davanti alla Questura si è radunato un gruppo eterogeneo composto da medici, specializzandi, studenti di medicina e varie associazioni.

Tra i presenti, Vanessa Guidi, dottoressa di Mediterranea, ha difeso l'operato delle professioniste, definendo l'iniziativa un attacco e sottolineando come il loro agire fosse in linea con il codice deontologico e la tutela della salute delle persone destinate ai Cpr. Durante il presidio, è stata anche usata l'espressione “tentativo di intimidazione del governo”, riferita all'azione contestata dai partecipanti.

L'audizione in Questura e la mobilitazione di piazza

All'interno della Questura di Bologna, i cinque medici del Bolognese sono stati ascoltati nell'ambito del procedimento in corso. Esternamente, il presidio ha atteso l'uscita dei professionisti, prevista per il tardo pomeriggio. La mobilitazione ha riunito colleghi, studenti e realtà associative, tutti uniti nel contestare l'ipotesi legata alle certificazioni mediche e alla loro presunta funzione di bloccare l'invio nei Cpr.

Stefano Caselli, presidente di Laboratorio di salute popolare, ha annunciato una manifestazione più ampia per sabato alle ore 18 in Piazza del Nettuno, con la partecipazione di altre sigle. Caselli ha definito la vicenda “un evento grave che non può passare in silenzio” e ha sollecitato una presa di posizione ufficiale da parte dell'Ordine dei medici di Bologna sul caso, richiamando quanto avvenuto in altre città in occasione del precedente episodio di Ravenna.

Il contesto dell'inchiesta e i collegamenti con Ravenna

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio, legato a un'inchiesta avviata dalla Procura di Ravenna. Tale indagine ha comportato perquisizioni relative a presunte certificazioni mediche false, utilizzate per impedire l'invio di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).