Il 18 settembre 2026, nell'inchiesta di Ravenna sui certificati di inidoneità ai Cpr, alcuni difensori degli indagati hanno respinto l’accusa di falsità. Tale posizione riguarda i certificati rilasciati da medici infettivologi per pazienti non idonei a un Centro di permanenza per il rimpatrio. I legali hanno descritto questi attestati come frutto di ascolto, cura e valutazioni professionali autonome, richiamando la responsabilità del medico verso persone fragili.

Gli avvocati Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Mariaelena Monaco, Salvo Tesoriero e Maria Virgilio hanno sostenuto che non emerge un'associazione criminale, ma una condivisione del ruolo di cura del medico.

Il medico, nella loro ricostruzione, non opera come ausiliario delle politiche di sicurezza, bensì come professionista chiamato a valutare le condizioni delle persone visitate. La formula sintetizza la posizione: i certificati sono "non falsi, ma ascolto e cura".

La contestazione dei difensori

I legali hanno collegato i certificati di inidoneità al giudizio medico sui pazienti. La tesi difensiva afferma che tali documenti contengono valutazioni di valore, non falsificazioni, poiché i pazienti sono stati ritenuti non idonei a un luogo dove, nella loro prospettiva, risultano compressi i diritti e in particolare i diritti di cura. Hanno richiamato il carattere universale della libertà personale: gli interessi pubblici sull’immigrazione non possono ledere i diritti inviolabili riconosciuti agli esseri umani.

La nota dei difensori si è concentrata anche sulle perquisizioni e sui sequestri eseguiti negli ultimi giorni. Gli avvocati li hanno definiti realizzati con modalità sproporzionate e li hanno ricondotti al preteso accertamento di una presunta associazione criminale finalizzata a falsificare certificati. La posizione difensiva richiama l’articolo 32 della Costituzione e l’esigenza di cura dell’essere umano, sintetizzando: "la cura non è mai un reato".

Il contesto dell’inchiesta

L'inchiesta della procura di Ravenna verte sui presunti certificati falsi di inidoneità al ricovero nei Centri di permanenza per il rimpatrio.