Claudio Tacconi, ex coordinatore della centrale del 118 dell’ospedale Maggiore di Bologna, ha formalmente presentato appello contro la condanna a due anni di reclusione. La sentenza di primo grado, emessa dal Gup del tribunale bolognese il 6 maggio 2026, aveva riconosciuto Tacconi colpevole di lesioni e stalking ai danni di alcuni colleghi, oltre che di simulazione di reato. L’atto di impugnazione è stato depositato dal suo difensore, l’avvocato Gabriele Bordoni, con l’obiettivo di ribaltare la decisione giudiziaria. Al centro del procedimento vi sono le gravi accuse legate alla presunta somministrazione di farmaci mescolati ad alimenti e bevande destinate ai colleghi di lavoro.

La strategia difensiva si fonda sulla perentoria richiesta di assoluzione, sostenendo con fermezza che i fatti contestati non sussistono o, in subordine, che non configurano un reato per assenza di dolo, ovvero l’intenzione consapevole di commettere illeciti. Nell’atto di appello, l’avvocato Bordoni ha delineato un quadro accusatorio che, a suo dire, sarebbe maturato in un clima di "suggestione collettiva". Questa dinamica avrebbe portato Tacconi a essere il principale sospettato all’interno dell’ambiente lavorativo della centrale del 118, un contesto già caratterizzato da tensioni e conflitti interni.

I fondamenti dell'appello

La linea difensiva contesta in modo puntuale la lettura della sentenza impugnata, evidenziando una convergenza di elementi accusatori che, secondo la tesi dell’avvocato, non sarebbe affatto univoca.

L’appello pone inoltre l’accento sul contesto interno alla centrale del 118, descritto come un "ambiente tumultuoso" e profondamente segnato da contrapposizioni e attriti tra i colleghi. In questo scenario complesso e teso, Tacconi viene presentato come una figura entrata in aperto conflitto con diverse persone del suo ambito professionale, contribuendo a un clima di sospetto.

Un punto cruciale sollevato dalla difesa riguarda la mancanza di percezioni dirette delle presunte azioni di avvelenamento. Nello specifico, l’appello fa riferimento a quattro episodi chiave nei quali, secondo la ricostruzione difensiva, nessuna azione diretta di somministrazione di sostanze sarebbe stata percepita né dai presunti destinatari né da eventuali testimoni presenti nelle vicinanze.

Questo elemento viene strettamente collegato alla richiesta di assoluzione e alla contestazione della sussistenza del dolo, pilastro fondamentale dell’accusa.

La condanna sotto esame

La sentenza impugnata aveva sancito la condanna a due anni per le imputazioni di lesioni e stalking nei confronti dei colleghi, oltre che per simulazione di reato. Tale verdetto era stato pronunciato dal Gup di Bologna il 6 maggio 2026. L’atto presentato dalla difesa mira ora a ottenere un nuovo e approfondito esame della decisione, mantenendo al centro del dibattito la ricostruzione dettagliata dei fatti che si sarebbero verificati all’interno della centrale del 118 dell’ospedale Maggiore.

La contestazione principale al centro del procedimento giudiziario concerneva la presunta somministrazione di farmaci mescolati ad alimenti e bevande.

L’appello, pur non modificando il perimetro generale della vicenda giudiziaria, si concentra sulla revisione critica delle prove e delle interpretazioni che hanno portato alla condanna, cercando di dimostrare l'infondatezza delle accuse o l'assenza dell'elemento soggettivo del reato, ritenuto essenziale per la configurazione dei crimini contestati.