A Bologna, il 17 settembre 2026, è emersa una conversazione cruciale dagli atti dell'inchiesta della Procura di Ravenna. L'indagine si concentra su presunti certificati medici falsi, utilizzati nell'ipotesi d'accusa per impedire il trasferimento di cittadini stranieri nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr). Al centro di questa rivelazione vi è una chat risalente a giugno 2024, in cui Nicola Cocco, un medico infettivologo lombardo, si rivolgeva a una collega con la frase: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura».
Il riferimento era a certificazioni di non idoneità prodotte nella città di Ravenna.
La dottoressa, destinataria del messaggio di Cocco, è attualmente indagata per falso in atto pubblico e interruzione di pubblico servizio. Già a marzo, la professionista era stata raggiunta da una misura cautelare interdittiva, insieme ad altre colleghe coinvolte nel medesimo contesto investigativo. La conversazione tra Cocco e la dottoressa è citata esplicitamente nell'ordinanza cautelare emessa a marzo dalla Gip Federica Lipovsceck. In questo scambio, la collega informava l'infettivologo riguardo ai certificati di non idoneità redatti a Ravenna, ricevendo da Cocco una risposta affermativa, che ne confermava l'interesse e il coinvolgimento.
Il ruolo dell'infettivologo nell'inchiesta
Nicola Cocco, descritto negli atti come una figura di riferimento per i colleghi su queste tematiche, si trova ora a dover rispondere dell'accusa di associazione a delinquere. Questa contestazione è emersa nell'ultima fase degli accertamenti, delegati alla squadra mobile, che il 16 settembre 2026 hanno condotto a un'ampia operazione con 23 perquisizioni. L'indagine ha rivelato ulteriori elementi, tra cui un'altra conversazione attribuita a Cocco, datata luglio 2025, nella quale si legge la frase dal tono esplicito: «Gli facciamo il culo a sti sbirri maledetti».
Il provvedimento del giudice ravennate, successivamente confermato dal Tribunale del Riesame, ha evidenziato come la produzione di tali certificati fosse inserita in un'ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell'immigrazione clandestina.
L'inchiesta, dunque, mantiene il suo focus primario sui certificati medici e sulle specifiche ipotesi di falso legate alle dichiarazioni di non idoneità, che, secondo l'accusa, sarebbero state emesse con l'intento di impedire il trasferimento degli stranieri nei Cpr.
Dettagli sulle perquisizioni e i professionisti coinvolti
Il quadro investigativo delineato dagli atti dell'indagine ha portato all'esecuzione di decreti di perquisizione che hanno interessato un totale di 23 medici. Tra questi, si contano 21 infettivologi e due psichiatri, distribuiti in diverse città italiane. Nello specifico, sette professionisti sono stati individuati a Bari, sei a Ferrara, due a Bologna, due a Rimini, due a Matera (sebbene operanti a Bari), uno a Biella, uno a Roma, uno a Livorno e uno a Milano. Questa ricostruzione investigativa sottolinea la rilevanza delle chat tra medici e delle comunicazioni relative alle dichiarazioni di non idoneità come elementi chiave del procedimento.