La Corte d’Appello di Milano ha nuovamente riconosciuto a Stefano Binda il diritto a un indennizzo da parte dello Stato per ingiusta detenzione. L’ordinanza, depositata il 25 settembre 2026, quantifica la somma in 212mila euro. Binda è stato assolto in via definitiva dall’accusa di aver ucciso nel 1987, nel Varesotto, Lidia Macchi, sua ex compagna di liceo e studentessa di 21 anni.

L’indennizzo riguarda il periodo trascorso in carcere tra il 2016 e il 2019, corrispondente a circa tre anni e mezzo di detenzione. Questa decisione rappresenta la terza dei giudici milanesi sulla vicenda giudiziaria dell’indennizzo, dopo che due precedenti provvedimenti erano stati annullati dalla Cassazione.

La quinta sezione penale d’appello ha confermato a Binda la stessa cifra già stabilita nel settembre 2024.

La quantificazione dell’indennizzo e i precedenti ricorsi

La somma di 212mila euro riconosciuta corrisponde al 70 per cento dei 313mila euro che un precedente provvedimento della Corte milanese aveva quantificato come indennizzo. Le ordinanze precedenti erano state annullate con rinvio dalla Suprema Corte a seguito di ricorso presentato dalla Procura generale di Milano. Il nuovo provvedimento mantiene, dunque, l’importo già fissato nel settembre 2024.

La difesa di Binda è curata dall’avvocata Patrizia Esposito. La questione centrale rimane la riparazione per l’ingiusta detenzione subita.

In caso di un ulteriore ricorso da parte della Procura generale, il fascicolo tornerà per un nuovo esame davanti alla Cassazione.

Il percorso giudiziario di Stefano Binda

Nei precedenti passaggi davanti alla Corte d’Appello di Milano, la richiesta di indennizzo era stata collegata ai 1.286 giorni di detenzione, calcolati tra il 15 gennaio 2016 e il 24 luglio 2019. Stefano Binda, quasi sessantenne e laureato in Filosofia, era stato inizialmente condannato all’ergastolo in primo grado a Varese per l’omicidio di Lidia Macchi. Successivamente, la Corte d’Assise d’Appello di Milano lo aveva assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto, e tale assoluzione è stata poi confermata in via definitiva dalla Cassazione.