Alberto Trentini, cooperante veneziano, è intervenuto il 12 settembre 2026 al Festival della Politica di Mestre, nel Chiostro del Museo M9. Dopo la liberazione, seguita a quasi 14 mesi di detenzione in Venezuela, Trentini ha ringraziato la "scorta mediatica" che ha mantenuto viva l’attenzione sul suo caso, rivolgendo un appello per i detenuti ancora nelle carceri venezuelane. Il suo messaggio centrale è stato perentorio: "L'attenzione internazionale è l'unica assicurazione sulla vita, il silenzio è l'arma del regime". Trentini ha indicato in 328 il numero dei prigionieri politici rimasti in carcere dopo la caduta di Maduro, descrivendoli come vittime di sparizione forzata, rapimento o pedine di scambio.
Ha ribadito l'essenzialità dell'attenzione pubblica e internazionale per la loro tutela, contro l'oblio.
Le violazioni dei diritti umani
Trentini ha ricostruito la macchina repressiva del sistema venezuelano, citando Sebin e Dgcim. Ha denunciato sequestri e arresti non valutati entro i tempi previsti (62 ore), mentre nel suo caso sono trascorsi tre mesi. Ha descritto l’assenza di habeas corpus, isolamento, mancanza di avvocati privati e processi senza garanzie, spesso con condanne fino a 30 anni per cospirazione, terrorismo e tradimento.
Le condizioni carcerarie del Rodeo I di Caracas, dove Trentini è stato recluso per 423 giorni, sono state descritte con estrema durezza: celle di 2x4 metri, infestate da scarafaggi, acqua da rubinetto su latrina, assenza di acqua corrente, privazione di libri e penne, e lunghe ore sotto il sole con cappuccio. Un sistema volto ad annullare psicologicamente la persona. L'oblio, ha concluso Trentini, è la vera condanna per chi è ancora detenuto, e la sua testimonianza mira a mantenerne viva la memoria.