La Corte d’Assise di Chieti ha pronunciato la condanna all’ergastolo, con due mesi di isolamento diurno, per Antonio Mancini, settantenne, riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie, Cleria Mancini. La tragedia si è consumata il 9 ottobre 2025 a Lettomanoppello, dove la donna è stata colpita mortalmente da due colpi di pistola. Immediatamente dopo l’udienza, l’avvocato difensore Luca Pellegrini ha comunicato che la difesa valuterà attentamente le prossime iniziative legali. “Le decisioni della magistratura vanno sempre rispettate,” ha dichiarato Pellegrini, “decideremo se impugnare la sentenza nelle sedi competenti”.

Il dibattimento giudiziario si è tenuto a Chieti il 9 ottobre 2026. Durante le fasi processuali, Mancini, presente in aula, ha rilasciato dichiarazioni spontanee, offrendo la propria versione dei fatti. Nel suo intervento, l’imputato ha ripercorso i complessi e violenti rapporti familiari, in particolare quelli con il figlio, descrivendo episodi pregressi in cui sarebbe stato accoltellato e avrebbe subito la frattura di alcune costole. Ha inoltre rivelato che proprio il giorno dell’uccisione della moglie avrebbe dovuto incontrare il figlio e che, in quell’occasione, era già in possesso di un’arma da fuoco.

Le dichiarazioni in aula

Nelle sue dichiarazioni spontanee, Antonio Mancini ha fermamente sostenuto che la pistola utilizzata nel delitto non fosse in alcun modo destinata alla moglie.

L’uomo ha spiegato di essere stato alla ricerca del figlio e che l’arma, a suo dire, avrebbe dovuto servire unicamente a scopo intimidatorio. “L’arma era per intimidirlo, ma non l’ho trovato e me ne stavo andando, durante il tragitto è successa la disgrazia, è successo quello che è successo”, ha affermato in aula, descrivendo i momenti concitati che hanno preceduto la tragedia. Mancini ha anche espresso la consapevolezza che la condanna inflittagli rappresenterà una punizione che lo accompagnerà per il resto della sua vita, ribadendo con forza di non essersi mai macchiato in precedenza di reati di sangue.

La ricostruzione degli eventi ha evidenziato come, dopo gli spari che hanno causato la morte della moglie, Antonio Mancini si sia allontanato dal luogo del delitto, dirigendosi verso Turrivalignani.

Qui, in una sequenza di eventi drammatici, è entrato prima in un bar e successivamente in un ristorante, esplodendo ulteriori colpi di pistola. Uno di questi proiettili è stato indirizzato contro il campanile della chiesa locale, in un gesto che ha aggiunto ulteriore tensione alla vicenda. Nel bar, Mancini ha appoggiato l’arma sul bancone, cercando di rassicurare la barista presente. La donna, successivamente sentita in aula come testimone chiave, ha riferito che l’uomo le aveva confessato di aver sparato alla moglie, pur non sapendo in quel momento se la donna fosse deceduta.

La ricostruzione dei momenti successivi

Nel corso del dibattimento, è stata riportata un’ulteriore frase significativa attribuita a Mancini durante la conversazione con la barista.

L’uomo avrebbe spiegato che la moglie gli aveva rivolto “una parola di troppo”, scatenando la sua ira e portandolo a spararle. Ha aggiunto, a sua discolpa, di non aver avuto l’intenzione di colpirla e ha ribadito con insistenza di essere stato alla ricerca del figlio in quel frangente. Questo dettaglio si inserisce nella complessa e delicata ricostruzione dei minuti immediatamente successivi all’uccisione e degli spostamenti di Mancini, fornendo un ulteriore tassello per comprendere la dinamica degli eventi che hanno condotto alla tragica morte di Cleria Mancini.