La Procura di Agrigento ha chiesto tre condanne nel processo che vede imputati Luciano Montemurro e i fratelli Angelo e Diego Favata, originari di Canicattì, accusati di una maxi truffa legata alla promessa di posti di lavoro in una presunta base militare NATO mai esistita a Punta Bianca. La richiesta di pena più severa, pari a dieci anni di reclusione, è stata avanzata per Montemurro, ritenuto la figura centrale dell'inchiesta. Per Angelo Favata sono stati chiesti quattro anni e dieci mesi, mentre per Diego Favata la richiesta è di quattro anni.

La difesa, dal canto suo, ha sollecitato l'assoluzione per tutti gli imputati.

Le accuse e il contesto della truffa ad Agrigento

L'indagine ha coperto un periodo compreso tra il febbraio 2020 e l'agosto 2021. Secondo l'accusa, gli imputati avrebbero adescato oltre 150 persone, residenti nelle province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo, prospettando loro un impiego sicuro presso una fantomatica base militare che sarebbe stata in fase di costruzione a Punta Bianca. Le vittime, spesso persone in difficoltà economiche o piccoli imprenditori locali, venivano illuse con la promessa di una sistemazione lavorativa definitiva, collegata al Ministero della Difesa e alla NATO.

Per conferire credibilità all'inganno, sarebbe stato persino citato il nome del generale Luciano Portolano, indicato come futuro comandante della presunta struttura.

Luciano Montemurro, originario di Favara, avrebbe ulteriormente rafforzato la propria influenza presentandosi, durante alcuni incontri organizzati, come "Cardinale Vescovo di Monreale", un personaggio di rilevante peso sociale e politico.

Le ingegnose modalità del raggiro

Il meccanismo della truffa è stato descritto come un vero e proprio schema Ponzi, dove le prime vittime venivano poi coinvolte attivamente nel procacciare ulteriori persone interessate alla promessa di lavoro. Le condizioni per accedere a questi presunti impieghi erano due: il mantenimento del più assoluto segreto e il versamento di una somma di denaro, pari ad almeno 2.500 euro. Per rendere la frode ancora più convincente, durante le riunioni venivano mostrati plichi sigillati con timbri in ceralacca e pre-contratti realizzati ad hoc.

Questi documenti, apparentemente ufficiali, riportavano intestazioni e timbri falsi del Gruppo Interforze della NATO, fornendo un'illusione di autenticità e serietà.

Montemurro è stato identificato come il principale artefice di questa complessa operazione, con i fratelli Favata di Canicattì che avrebbero avuto un ruolo nell'adescare e gestire i contatti con le vittime, contribuendo alla diffusione del raggiro.