Se è vero che il tempo libero è evasione, allora la lettura è evasione. In Italia, purtroppo, è ritenuta un impegno faticoso. Sbagliato. Riflessione nata leggendo il romanzo di Vincent Devannes: “L’uomo che viaggiava con la peste” (Neo Edizioni, Castel di Sangro, 2012, € 15,00). Oramai, siamo invasi da romanzi formato polpettone alla Dan Brown o da gialli fatti in casa dalle scialbe trame. Ciò che ci ha colpiti è che da un piccolo editore potesse uscire un libro di qualità.

Perché il romanzo di Devannes lo è nella bella traduzione di Camilla Diaz.

Trent’anni di storia condensati nel romanzo. Non una storia qualunque, bensì la ricostruzione di un periodo nebuloso tra l’Europa post bellica e il Sudamerica. Nell’altra America, quella del nord, i primi semi germinavano negli animi di una generazione che avrebbe rispaiato le carte della società, culminando anni dopo con le note di “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan.

Mentre, in Argentina, il peronismo brigava per tenere a bada le spinte democratiche che salivano lentamente e più tardi represse senza pietà da Pinochet. Nell’Argentina degli anni ’50 approda Albert Dallien, il protagonista. Rifugiato politico, trova una nuova identità, abbandonando la più fosca di collaborazionista della Gestapo. Allora l’Argentina era prodiga nel concedere asilo politico ai nazisti in fuga dall’Europa: Eichmann, Mengele, Priebke, Altmann.

L’Autore ci tratteggia una Baires dal cuore di tenebra che pulsa nei petti dei rifugiati in cerca di un futuro a cui affidarsi per rimuovere ricordi e segreti che mordevano ancora le loro coscienze. Dallien si rifarà una vita, destreggiandosi sui labili confini della legalità: inizia col praticare aborti, pur con studi di farmacia non conclusi, e finisce nelle maglie della florida industria della droga, arricchendosi.

Quel Paese, in fondo, è terra di tutti: di figure e figuri manovrati come marionette in cerca di un significato all’esistenza. Buenos Aires, città cosmopolita: ritrovo delle più disparate etnie. Ciascuno con le mani in pasta nel malaffare: uomini avvolti da un’atmosfera di malinconia per ciò che non hanno compiuto o che hanno compiuto quasi irrazionalmente.

Tentando di ridefinire i contorni della propria identità, ciascuno lo fa a modo suo: gestori di “convertillos” (bordelli), affaristi senza scrupoli, mercenari politici, spie di potenze straniere, rivoluzionari comunisti.

Un microcosmo che pare racchiudersi nella “tanquedad”, ossia nell’individuare l’essenza di ciò che è e si è. Una risonanza di fatti, di sentimenti, di memorie fa da sfondo alla narrazione e che Devannes ricrea magistralmente. Gli innesti di similitudini e metafore danno consistenza ai personaggi, ai gesti, alle emozioni, conferendo al romanzo pause e accelerazioni per restituire dinamicità e ritmo al quadro narrativo, come se la storia si svolgesse in un’enorme milonga in cui rimbombano sonorità, nostalgie, orgogli infranti, rimpianti sulle note di un’interminabile cumparsita.

Romanzo di contrasti: dai trasparenti stati d’animo alle realtà più brutali, da personaggi, come Helmut Gregor (alias Josef Mengele), a Che Guevara, dagli amori più dolci alle più triviali pulsioni sessuali.

La peste, dunque, cos’è? E’ il rimorso, l’insoddisfazione, il senso inafferrabile della vita? Oppure è il male? Ed ancora, chi è il portatore della peste: lo sterminatore Gregor/Mengele o chi davanti al male s’arrende senza lottare, sopraffatto dal proprio egoismo? Albert Dallien ha una tattica per non credere d’essere un appestato. Una menzogna recitata a se stesso come un mantra. Glielo rammenta Gregor: «Ci si sminuisce», dice «per sminuire meglio le proprie responsabilità.»

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