Abbiamo paura di investire per tutelare la cultura. Per troppo tempo il nostro patrimonio culturale e artistico è stato considerato un «peso» da mantenere, un peso che non genera ricchezza ma solo spese.

Abbiamo paura di capire che c'è uno stretto, imprendiscibile legame tra cultura ed economia. Solo a titolo di esempio pensiamo all'enorme patrimonio culturale proprio delle nostre regioni meridionali, come Calabria, Campania e Sicilia. Tale patrimonio non genera alcuna ricchezza, ricchezza che potenzialmente può essere «nelle corde» di queste regioni proprio in virtù del proprio retaggio culturale.

Ma, ahimé, la lungimiranza non è di questo paese. Qualità che permetterebbe di capire che la cultura, nel suo insieme di valori, tradizioni, usi, costumi e stili di vita, influenza le persone di una comunità, determinandone quindi anche le scelte in campo economico.

Ecco perché, in definitiva, la cultura va liberalizzata.

E' necessario incoraggiare la creatività in tutti i livelli culturali, semplificando al minimo tutte quelle procedure che non permettono allo spirito di iniziativa dei privati di liberarsi della «paura» di investire nella cultura.

E' quindi lo Stato la prima entità che deve rendersi conto che investire nella cultura genera ricchezza. Va archiviata in modo definitivo quella politica di tagli destinati ai Musei d'Arte.

Quale potrà essere la conseguenza di questa politica di tutela della cultura? La nascita di nuove imprese che mettano la cultura al centro del proprio target.

Programmi culturali, concerti, eventi vengono trasmessi a orari assurdi, laddove si pensi ancora a trasmetterli.

La cultura non fa audience semplicemente perché non glielo permettiamo.

Cominciamo a trasmettere i grandi concerti classici in prima serata. Facciamo conoscere i nostri grandi compositori che il mondo ci invidia. «Costruiamo» però questi programmi perchè possano essere appetibili a un pubblico non abituato a nutrirsene. Usiamo l'interattività per spiegare il 'perché' e il 'come' di un gioiello musicale di cui viene trasmessa l'esecuzione.

In conclusione, promuovere e tutelare lo sviluppo della cultura in Italia è un compito che richiede forti motivazioni e coraggio nell'osare. Ma questo è il retaggio che ci lascia la nostra cultura. Una cultura che tutto il mondo ci invidia, e per la quale tutto il mondo ci osserva. Abbiamo la responsabilità di renderla viva, appetibile, fruttuosa. Altrimenti la storia millenaria della nostra cultura finirà la sua vita all'interno di qualche pagina di libro, non più letto da nessuno. Senza un occhio che la guardi, la osservi, la legga, la viva, la cultura è fine a se stessa. Gli enormi tesori archeologici dell'Antico Egitto sono diventati «cultura» una volta riportati alla luce e visti da occhio umano.

Prima di allora, semplicemente, non esistevano. La cultura va offerta a chi la guarda, altrimenti semplicemente non esiste.

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