"Sempre caro mi fu quest'ermo colle / E questa siepe, che da tanta parte / Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude". Il 29 giugno del 1798 nasceva a Recanati una delle intelligenze liriche più lucide e profonde d'Europa: Giacomo Leopardi. "Ma sedendo e mirando, interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima quiete/ Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura".

Nel corso del suo studio matto e disperatissimo, e nella stessa composizione del suo più celebre "idillio" L'Infinito, il suo pathos lirico resta baluardo ineludibile della creazione poetica in lingua italiana, al contempo attestando il poeta marchigiano quale raffinato teoreta, dall'ingegno di singolare speculatività predittiva.

Di recente, la stessa notizia del ritrovamento di un autografo verosimile de L'infinito ha generato attenzione pubblica notevole, prova dell'ancora intatto affetto che il Paese serba verso uno dei suoi più sensibili creatori di concetto.

Dopo il 1828, allorquando a Bologna conobbe la contessa Carniati-Malvezzi, Leopardi sembrò riaversi da una sua crescente cupezza. Ma la novità dell'incontro durò un lampo.

La salute peggiorava senza sosta e le aspettative di guadagno con l'attività letteraria apparivano sempre più remote. L'autoritratto che egli stesso traccerà nello Zibaldone, raccontava in tal modo: " Io sono … un sepolcro ambulante, che porta dentro di se un uomo morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente". Ma il suo acume interpretativo del presente, politico dapprima e della condizione delle "masse" poi, ne evolse rapidamente la capacità sociologica e l'intuito filosofico.

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Scriveranno alcuni suoi esegeti che - prigioniero dell'incomprensione del prossimo, amareggiato e disincantato, e rifuggendo ogni più diffusa illusione - al termine delle sue forze Leopardi sembrò riconoscere nel suo stesso simile un sodale esistenziale. Di fatti sembrò ritrovare nell'uomo quel senso di pietas e di solidarietà a difesa comune dalle sciagure condotte nell'esistenza da azioni e contingenze.

Il tema del suo testamento lirico-filosofico, come contenuto ne La Ginestra, di fatti si condensa in tale sintesi di senso. Leopardi quindi s'avviò alla ricerca di un legame più stretto col vivente, verso la richiesta di un ausilio, e ripromettendo una disponibilità al reciproco soccorso, nel tentativo di comporre una resistenza adeguata a fronteggiare gli insulti insorgenti nel corso d'una vita.

Nel 1836, Leopardi scelse di abitare in una villetta alle falde del Vesuvio. Là vi morì il 14 giugno del 1837, nel frangente di una severa epidemia colerica. Antonio Ranieri, suo affezionato amico e ospite partenopeo, riporterà del Leopardi queste ultime parole: "Io non ti veggo più, mi disse come sospirando. E cessò di respirare".

E così, tra le immensità d'oggi anche il "pensier nostro" s'annega irrimediabilmente: universo in espansione, buchi neri spettrali inghiottitori di materia, neutrini che ci attraversano senza dare alcun esito, supernove che deflagrano nel cosmo senza limiti, climate change che erode la pace del nostro immediato futuro, attori economici & politici che fingono - con movenze di ottusa grevità - d'essere classi dirigenti, privi non di rado d'ogni competenza, moralità e lungimiranza per condurre il corso degli eventi.

Con ciò, rendendo nient'affatto dolce il naufragare nel burrascoso mare degli umani.

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