C'è una differenza tra la citazione e il plagio? Ovviamente sì, anche se la buona creanza imporrebbe di non forzare troppo la prima per non rischiare di finire impantanati nelle paludi del secondo. Pompei inizia come ogni stramaledetta storia che abbia come protagonista un gladiatore o uno schiavo catturato da quella superpotenza imperialista che si chiamava Roma. Se un intero popolo di Celti viene sterminato in Britannia per ordine di un sadico Senatore, sarà ovviamente l'unico sopravvissuto a giurare vendetta. Già da qui la banalità della trama è piuttosto palpabile, un po' come la cenere del vulcano che erutterà.

Se incontriamo per la prima volta il protagonista bambino assistere alla morte dei genitori, la scena che ce lo presenta da adulto, 17 anni dopo la tragedia, è la più palese scopiazzata del Gladiatore di Ridley Scott mai vista sul grande schermo: se vi descrivessi un gladiatore senza elmo affrontare da solo cinque o sei nemici a volto coperto che mulinano le armi, probabilmente voi iniziereste a urlare a gran voce "Ispanico, Ispanico".

Peccato che la stessa scena si ripeta tale e quale in Pompei, anche se la folla inneggia al vittorioso gladiatore Milo (alias John Snow di Trono di Spade, il cui nome mi fa venire in mente solo il cartone animato Atlantis) chiamandolo, indovinate un po', "Celta, Celta". Il combattimento si è ovviamente risolto in pochi attimi e con rapidi affondi a favore di Milo ma, guardandolo, solo una frase mi risuonava in mente: «Io non ero il migliore perché uccidevo velocemente …».

Comunque lasciamo perdere, siamo indulgenti e chiamiamo tutto questo "citazione", "allusione" o al massimo "celebrazione di un modello cinematografico ormai entrato nell'immaginario". Molte altre scene tuttavia, tra cui il crollo dell'arena in seguito al risveglio del vulcano, ricordano invece la serie tv dedicata al gladiatore Spartacus.

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Un film quindi che si fonda abbastanza chiaramente sugli ultimi successi televisivo-cinematografici in cui un gladiatore impugna le armi sfidando Roma e il suo potere corrotto.

Ammetto di aver guardato questo film con carta e penna in mano, pronto a segnarmi ogni piega mal disposta e ogni macchia, tuttavia, e chi ha visto il film e conosce un minimo i costumi di Roma antica mi darà ragione: nessuna patrizia romana, per quanto di ampie vedute, si sarebbe rivolta a uno schiavo incontrato per strada con la modalità con cui Cassia parla con Milo; al massimo le ricche matrone i gladiatori se li portavano a letto.

Ma sorvoliamo anche su questo, tanto non ci interessa l'esattezza storica (so and so, direbbe qualcuno) e siamo consapevoli delle esigenze di sceneggiatura che obbligano alla storia d'amore più impossibile che si possa immaginare. Quello che invece ho apprezzato molto è stata l'ambientazione che, al contrario dei rapporti sociali, è stata molto bene delineata: in alcune scene, infatti, si riconoscono chiaramente elementi che ancora oggi affascinano i turisti in visita alla città sepolta dalla cenere (i "passaggi pedonali" ad esempio).

Detto questo, come anche nel caso di 300, l'Alba di un impero, possiamo anche accettare le inesattezze storiche, per quanto grossolane, ma pensate veramente (dico agli sceneggiatori) che un uomo come il nostro Milo possa rompere l'osso del collo a un cavallo da tiro con le mani? Perché dovete sapere che Milo, nonostante tutto il suo popolo di grandi addestratori di cavalli sia stato sterminato quando lui aveva circa tre anni, possiede una specie di feeling genetico con questi splendidi animali, ci parla, li calma e, come dicevamo, pone fine alle loro sofferenze spezzandogli il collo a mani nude: "lo schiavo che parlava ai cavalli", lo definiscono.

Un'ultima nota negativa, poi giuro che mi concentro sui lati positivi che, nonostante tutto, ci sono: gli antichi romani hanno conquistato mezzo mondo anche grazie alla tecnologia bellica; in questo film, invece, le spade sembrano fatte di grana. Anche le lame migliori, infatti, vedi combattimento finale tra Attico, il gladiatore amico di Milo, e lo scagnozzo del Senatore Corvo, si spezzano con una facilità imbarazzante.

So benissimo di essere pignolo e quasi fastidioso, d'altra parte però la banalità del film mi imponeva un'attenzione maniacale ai dettagli, alla ricerca di qualcosa di positivo. Cercare le finezze è invece un errore, dal momento che l'unica forza del film sta proprio nelle macro situazioni, non nei dettagli che anzi risultano tutt'altro che trattati con precisione: la spettacolare eruzione del vulcano, le scene di terrore collettivo e (attenzione spoiler) la morte di tutti i protagonisti lasciano quell'amaro in bocca che non ci si aspetta, pensando invece di godere di uno stupendo, per quanto scontatissimo, lieto fine. Tuttavia un parziale finale "positivo" viene ugualmente tratteggiato: l'amore vince anche la morte, l'ultimo bacio dei due innamorati verrà infatti per sempre preservato proprio dalla cenere solidificata del vulcano.