Oggi ricorre l'anniversario della morte di Nietzsche: era infatti il 25 agosto del 1900 quando uno dei più grandi filosofi della storia si spense definitivamente. Certo, è singolare che proprio lui avesse bisogno dell’intercessione di un’amica comune, la Meysenburg, per conoscere una donna: Lou Andreas - Salomé, colei che gli fece perdere il senno. Chiaro, una figura singolare, eclettica, arguta e indipendente, ma è difficile da accettare: d'altronde, si trattava pur sempre di Friedrich Nietzsche.

Cosa avranno mai in comune un’affascinante scrittrice russa giunta in Italia per motivi di salute e il filosofo più dissacrante di ogni tempo? Poco o nulla, apparentemente. Ma per dirlo con le parole di Wittengstein: “tutto è nulla”. E se, per Nietzsche, “ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male”, doveva trovarsi piuttosto distante quell’oltre in cui si è capaci di spingersi quando si ama qualcuno come lui ha amato Lou.

L'incontro fatale

Una seducente fatalità necessita pur sempre dell’aiuto umano, non bastano le luci di Roma a compiere il miracolo, non è sufficiente trovarsi nello stesso posto, occorre la Meysenburg per far schiodare Friedrich dalla sedia, dalle sudate carte, e condurlo all’incontro con la tanto decantata Lou.

Non deve essere passata inosservata, se il filosofo ha esclamato, sconcertato per il suo stesso sgomento: “Da quali stelle siam stati condotti insieme fin qui?”.

Frenesia, un colpo di fulmine, uno squarcio di sole improvviso e dirompente dentro la magnificenza della Basilica di San Pietro, proprio in quell’istante.

Da quel momento in poi, i due entrano sempre più in sintonia. Friedrich correva non solo con la mente, ma persino con la fantasia, forse, scambiando per un debole sentimentale l’ammirazione sul piano intellettuale che Lou provava nei suoi confronti.

Chiede a Lou di sposarla, incassando, non troppo filosoficamente, un doppio rifiuto.

Erano gli anni in cui il filosofo tedesco si concentrava sulle pagine de “La gaia scienza” ed in procinto di concepire quelle di “Cosi parlò Zarathustra”.

Lou era una donna fin troppo intelligente e fin troppo ambita per non saper discernere tra una passione folle e una stima incondizionata, un coinvolgimento, ma esclusivamente mentale.

I due condividevano pensieri, la morale e l'etica. Filosofeggiavano insieme, cedendo in alcuni casi alle inevitabili e umane tentazioni della carne, come la volta in cui si sono scambiati quel bacio sul Sacro Monte di Orta. Galeotto, per Friedrich, a mala pena pervenuto per l’ammaliante Lou.

La delusione di Nietzsche

Se un rifiuto è ammissibile, complice la giovane età della donna - appena ventenne- il secondo, per Nietzsche, assume le fattezze di un macigno insostenibile, la condanna ad un divenire di solitudine e depressione, ma passando prima dalla inevitabile e dirompente rabbia.

Deve essere stata proprio l’ira, l’insopportabile rifiuto, a far pronunciare a Nietzsche parole cosi contrastanti sulla bella Lou: “lei ha il coraggio del leone”, scrive, se non fosse che “il manicomio potrebbe essere il luogo più adatto a lei”. Perché l’amore è solo amore, anche se teorizzi il “superuomo” o il “nichilismo”, anche se sei il fondatore della psicanalisi e ti chiamiSigmund Schlomo Freud a sua volta perdutamente innamorato della tentatrice russa diventata, poi, psicanalista. E cosi via, in quell’eterno ritorno di cui parlava Nietzsche e a cui siamo tutti condannati.

Il teorico della “volontà di potenza” nella veste dell’innamorato disperato, costretto a subire il triangolo venutosi a formare con Lou e il suo amico Paul Reè. Un Nietzsche inedito, umano, fin troppo, distante dalle disquisizioni filosofiche sulla decadenza del Novecento, da quel “Dio è morto” laconico e lapidario che lo renderà storia, di più, leggenda, rendendo la sua morte un mero dato fattuale, incapace di far cadere nell’oblio una delle menti più brillanti, spregiudicate e –ora sappiamo- anche fragili, del secolo scorso.

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