"L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre ad ogni istante" scriveva Cesare Pavese nelle sue pagine, forse, più sincere: quelle del libro "Il mestiere di vivere", suo struggente diario personale dal 1935 al 1950. Non sembra neanche possibile che la stessa persona capace di pronunciare queste parole, abbia deciso di non voler guardare al domani. Lo ha stabilito freddamente il 27 Agosto del 1950, scivolando in quel "gorgo muto" senza mai una fine o un ritorno.

Gli ultimi giorni di Pavese

Sarà proprio quel suo diario, cosi ricco di spunti e riflessioni, a testimoniare la presenza anche di quel pensiero, maledetto ed estremo, quello di porre fine a tutto e al tempo stesso il tentativo di allontanarlo dalla propria mente, ponendo al centro la letteratura il lavoro, il dover fare.

Il diario è l'ultima opera dello scrittore, dalla profondità e sensibilità difficilmente comparabili ad altri. Nessuna titubanza, nessuna insicurezza, quando in una stanza echeggia un verso di Pavese, l'associazione alla sua figura è immediata, automatica, come se le parole che lui scriveva avessero un marchio preciso, indelebile, indissociabile dalla sua persona.

Un giorno, prese il taccuino del suo diario e decise di scrivere il titolo, accostando le date 1933-1950: aveva già deciso. Era giunto alla conclusione delle conclusioni, la più estrema, a suo avviso anche l'unica possibile. Per Pavese, se l'uomo ha un potere è quello di porre fine alla propria esistenza senza attendere la morte naturale, come gesto estremo e come manifestazione di insoddisfazione verso l'esistenza stessa. Probabilmente, dopo una lotta interiore senza precedente alcuno. Il luogo prescelto è stato una stanza d'albergo torinese, un luogo anonimo, neutro, insipido, per nulla straordinario, a sancire l'epilogo del tragitto di un uomo che di straordinario aveva tutto.

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Pavese come Majakovskij

E se l'insoddisfazione nei confronti della vita potrebbe rappresentare il movente, per quanto paradossalmente fosse attratto e innamorato dell'esistenza, Pavese lascia degli indizi che non è possibile ignorare: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi". Le stesse parole di Vladimir Majakovskij, lo stesso gesto estremo, la nientificazione per lasciare una traccia, forse, come un'ultima e chiarissima citazione. Un aforisma con le fattezze di uno schiaffo. Nessun odio, nessun rancore, ma abbandono, rassegnazione, una sorta di consapevolezza di aver subito qualche scorrettezza, qualcosa che a suo avviso non meritava.

Anche Pavese, come Majakovskij, era stato confinato dal regime (il secondo dal governo zarista). Cesare e Vladimir, nello stesso identico modo e accompagnati dalla medesima amarezza, invocano i loro amori prima dell'estremo atto. Constance Dowling, l'ultimo grande amore di Pavese, non ricambiava il suo sguardo, quello sguardo indelebile, nella mente dello scrittore, al punto da sentenziare con assoluta certezza: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

La morte era affermazione del proprio ego, vittoria trionfante su una vita che lo aveva lasciato sconfitto, su tutto un esercito di nemici da combattere, perché Cesare lo ha certamente fatto: “Il mito greco insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi ripugnanze non combatte”. Ci hai lasciato, Cesare, ma senza lasciarci davvero. Sei morto senza morire, proprio come la tua scrittura: inconfondibile ed eterna, perché ci sono cose che restano anche quando tutto se ne va. La tua scrittura è una di queste.