Nuovo album per i Wilco che dopo Star Wars, distribuito gratuitamente in rete, e che aveva lasciato interdetti alcuni fan, adesso ci riprovano con un nuovo lavoro, Schmilco, il cui titolo si ispira al disco del 1971 di Harry Nilsson, Nilsson Schmilsson.

È bene precisare che per un gruppo di Jeff Tweedy il pericolo principale dopo venti anni di carriera sia il rischio di ripetersi, ritrovarsi a declinare all’infinito il verbo di Yankee Hotel Foxtrot, riproporre copie sbiadite di Jesus etc. o scimmiottare sera dopo sera, concerto dopo concerto, il duello di chitarre elettriche di Impossible Germany, forse il migliore assolo degli anni zero: trasformarsi in una tribute band di se stessi, come è accaduto a gloriosi gruppi del passato, per esempio gli U2, persi ormai nel narcisistico bisogno di autocelebrarsi in ogni nuovo disco.

A questo punto non si può non condividere la strategia scelta da Tweedy e soci, scegliere il passo indietro, scomparire invece di mostrarsi.

Schmilco è un lavoro forse troppo breve, nemmeno quaranta minuti, ma che potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase. Le canzoni mostrano un andamento stiracchiato, a volte anche incerto, che fanno pensare non al serio lavoro di studio, ma piuttosto al divertimento di un gruppo di amici che si ritrova la sera nel garage di casa per divertirsi. Neils Cline mette la sua arte a disposizione del cesello, la sua chitarra si dedica a intrecciare, creare tappeti sonori, oppure a disturbare con soluzione rumoristiche degna di un disco di Tom Waits, mentre attorno la batteria arranca dietro una voce sommessa e il basso insegue un ritmo da gara di trotto. Di lo-fi si può parlare senza mancare di molto il bersaglio.

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E se forse l’iniziale Normal American Kids non convince troppo e la seguente Common Sense non si iscrive tra gli episodi migliori della loro carriera, il resto dell’album si dimostra una piacevole sorpresa. In fondo stiamo parlando dei Wilco, diamine, e non di un’oscura band di alternative country. Stupisce la ricerca della melodia, un rimirarsi in certe Beatlesiane beatitudini, che ritroviamo in pezzi come Quarters, Nope, o Shurg and Destroy, il migliore per chi scrive, che fanno pensare ai Beatles in vacanza a Nashville o per parlare di artisti più vicini nel tempo, ad un Elliott Smith redivivo dopo una gita in campagna.

Ottime anche Happiness, Someone to Love, dove finalmente fanno capolino le chitarre elettriche e Cry all Day, di sicuro tra gli episodi più riusciti. Se è questo il nuovo corso dei nostri eroi, sono certo che i risultati non mancheranno. Nulla di trascendentale, forse penserà qualcuno. È vero, i Wilco hanno abituato bene il proprio pubblico, ma superata l’iniziale diffidenza, si può certamente affermare che in periodi di vacche magre, un lavoro come Schimlco con il suo andamento traballante, ricorda una vecchia automobile rimessa in sesto dopo anni di riposo e spicca come un diamante grezzo in un secchio di carbone.

In ogni caso si tratta di una calda e rassicurante tazza di tè davanti al caminetto, magari leggendo un buon libro, (suggerisco Trilobiti, di D’J Pancake, ripubblicato recentemente dalla casa editrice Minimum Fax), per affrontare con positività i lunghi e tristi pomeriggi invernali che verranno.