Woody Allen è uno dei registi in attività più prolifici: nonostante il passare del tempo, la vena creativa del cineasta più iconico della Grande Mela non sembra esaurirsi e, non a caso, ogni stagione cinematografica si apre con un ulteriore saggio della sapienza drammaturgica alleniana.

Il tipico eroe alleniano

Ne è una prova la sua ultima fatica, quel 'Cafè Society' che ha debuttato a Cannes nel maggio scorso e che arriva il prossimo giovedì nei nostri cinema, un film il cui protagonista, Jesse Eisenberg, nato nel Queens nel 1983, ma discendente di ebrei polacchi immigrati in America, dà vita all'ultima incarnazione dell'eroe alleniano insofferente alle angustie casalinghe e desideroso di vedere realizzate le sue aspirazioni artistiche.

Bobby (Eisenberg) è un giovane che vive nel Bronx e lavora nella gioielleria di famiglia: siamo negli anni Trenta e all'interno di una comunità di ebrei immigrati dall'Est Europa. Bobby, oppresso dalle dinamiche domestiche,decide di tentarela fortuna a Los Angeles, nello sfavillante mondo di Hollywood, dove spera che lo zio, agente di spettacolo, lo aiuti a sfondare. La ricerca della felicità di Bobby s'interrompe, però, quando incontra Vonnie (Kristen Stewart), segretaria e amante dello zio.

Le intermittenze del cuore

Nonostante il film si presenti al pubblico avvolto nell'involucro glam di un'America decorativa, tra la California e New York, sempre scrigno di ogni umano tumulto, l'anima blindata dalla pellicola figurativamente seducente di 'Cafè Society' è l'inesausta scrittura alleniana delle intermittenze del cuore, le crisi di un loser, o presuntotale, di fronte dall'incomprensibile universo del femminile, la speranza che la rinuncia all'amore non sia espressione di una nevrosi o di una sclerosi affettiva, ma il sacrificio romantico di una possibilità d'appagamento sull'altare dell'eternità del non vissuto e del, per questo, infinitamente desiderato.

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Cinema

Le altalene della vita e le irregolarità emozionali sono ancora oggi gli oggetti dello scrutinio e dell'interesse clinico del cineasta newyorchese che torna, ciclicamente, alle origini della sua ricerca esistenziale in immagini, quella della bellezza faticosa, dolceamara, eppure irrinunciabile, del vivere.

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