“Napule è tutto nu’ suonno e a’ sape tutto o’ munno, ma nun sann’a verità”, cantava Pino Daniele in Napul’è. Napoli è un sogno che tutti conoscono, ma di cui nessuno sa la verità. Con questa citazione si apre il documentario gomorrah sound, prodotto da Sky Arte e Red Bull Music Academy, racconto che prova a sintetizzare una storia musicale quasi millenaria e famosa in tutto il mondo, rapportandola alla serie tv di successo internazionale, a dieci anni dalla pubblicazione del libro di Roberto Saviano, Gomorra, da cui è tratta. Perché è impossibile raccontare Napoli senza parlare della Musica, che come il cibo e i contrasti che vive fa parte del dna cittadino.

I cliché e il loro contrario

Tra sole e buio dei vicoli, l’acqua del mare e il fuoco del vulcano, la bellezza e il degrado, Napoli vive probabilmente una situazione unica, in Italia e nel mondo. Come filo conduttore, appunto, la canzone. Evitando di cadere nello stereotipo dei mandolini, la colonna sonora è stata scelta dal regista e co-sceneggiatore della serie Stefano Sollima. Che paradossalmente l’ha affidata ai Mokadelic, romani, che a Napoli non ci erano nemmeno mai stati.

Risultato dell’immaginazione

“Abbiamo provato a rappresentare una periferia generica”, raccontano i Mokadelic. Poi l’impatto visivo con i luoghi della serie, le Vele di Scampia, è stato forte. “Ci ha colpito come non ci sia mai silenzio, chi parla, chi canta, le radio, l’acqua che scorre. È stato bello immaginarsi la colonna sonora”.

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Il risultato ha un aspetto dark, gotico, che riflette bene il buio, la scarsa illuminazione dei palazzoni dove il sole filtra a malapena. “Abbiamo percorso i territori scuri con un’elettronica acida distorta, ma l’uso di sintetizzatori e tastiere lascia un margine di sogno evocativo. C’è coerenza con la ricerca del limite che fa anche il regista”.

La musica per Napoli

Anche se l’età d’oro della musica napoletana è identificabile con la metà del Novecento, le radici affondano addirittura al Medioevo, ai canti delle lavandaie del Vomero, datati 1200. Sono le prime testimonianze di canzoni in lingua, ora dialetto. Altrettanto fondamentali i tre momenti di quello che forse è il brando più famoso e venduto al mondo, O sole mio: nel 1898 è secondo al festival di Piedigrotta, pochi decenni dopo escono le versioni di Enrico Caruso e la traduzione di Elvis Presely, It’s now or never. Patrimonio popolare, la canzone ha sempre riguardato la strada e i fatti concreti, unendo le realtà più selvagge e al contempo artistiche dei partenopei, difficili da spiegare.

Il rap…

Anche se gli stili sono drasticamente diversi, rap e neomelodico sono accomunati dal racconto della vita nei quartieri poveri. Gioco forza, non potevano non essere unite in Gomorra. Il rap arriva a Napoli negli anni ’90, inizialmente legato ai centri sociali. Le realtà vissute nelle periferie sono quasi più simili a quelle dei ghetti di New York che non delle altre città italiane, anche la lingua, così sincopata, si adatta meglio. Napoli è una mosca bianca nella scena italiana, non campiona i bassi di James Brown, ma la sua stessa tradizione musicale. Racconta  sogni e depressioni, è malata di blues metropolitano.

… e il neomelodico

Verace e contaminato, anche il neomelodico si diffonde intorno agli anni ’90. Saluta la tradizione, il modo di cantare ed arrangiare, per entrare in una dimensione tra pop e sceneggiata, con le sue storie di ragazzine incinte e amori improbabili. Imita Mtv senza rinunciare alla propria identità, creando una miscela di serie B ma mainstream a livello popolare. Tanto che Alessio, neomelodico, appare in un episodio nel ruolo di se stesso e canta per boss Savastano.

Musica filo conduttore

È un po’ per tutte queste ragioni che la musica napoletana è sempre stata e forse sarà sempre facilmente esportabile, spesso identificata con la musica italiana tutta. E come nel passato è usata per raccontare le bellezze e i contrasti, il bene e il male, la luce e il buio, rimanendo cuore pulsante della narrazione.