E' un Lear moderno e attualissimo quello che va in scena, fino a sabato prossimo, al Teatro Era: non solo perché Shakespeare è sempre attuale, ma anche perché la produzione di questo spettacolo attinge dalle maestranze più eccellenti del teatro contemporaneo. Le scene e i costumi sono del brasiliano Márcio Medina, realizzati dalla Fondazione Cerratelli in collaborazione con il Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola, mentre le musiche sono di Ares Tavolazzi. Il cast è formato da attori di straordinaria bravura come Michele Cipriani, Savino Paparella, Silvia Pasello che fa re Lear, Francesco Puleo, Caterina Simonelli, Tazio Torrini e Silvia Tufano.

Abbiamo intervistato il regista Bacci che ci ha raccontato un po' la sua opera.

Regista Bacci, nella riscrittura del libretto dell’opera originale da parte sua e di Stefano Geraci cosa rimane di Shakespeare e cosa cambia?

“Il testo, in realtà, è trasformato solo nel numero degli attori che noi portiamo in scena e quindi nella scrematura di personaggi davvero minori in confronto all’opera originale. Noi andiamo in scena con soli 8 attori. Per il resto, il senso e il significato della drammaturgia non è perso in nessun modo. Sia la storia che il testo reggono benissimo e in maniera assoluta”.

Il suo re Lear è interpretato da una donna, come mai questa scelta?

“Innanzitutto Silvia Pasello è una attrice straordinaria e già da tempo aveva manifestato il desiderio e l’intenzione di interpretare Lear; poi il personaggio del re non è altro che una immensa metafora della condizione umana.

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Il tema della tragedia di Shakespeare è un tema universale che riguarda l’uomo come identità. Chi siamo come personaggi in giro per questo universo, cosa resta di noi quando l’età e il decadimento ci mettono a nudo di fronte a noi stessi e agli altri? Quando il personaggio "noi" decade, la follia e la miseria possono raggiungerci e trasformarci in un Lear che fugge e lascia il regno alle figlie”.

Shakespeare è di una attualità e modernità impressionanti: insieme a Geraci è riuscito a portare in scena uno dei temi più presenti nel nostro tempo, la realtà delle cose. Che ci dice a riguardo?

“Posso tranquillamente affermare che il terzo tema di questa tragedia è la solitudine e la scelta, a un certo momento della vita, di ritirarsi da soli con se stessi. La cultura indù, ad esempio, distingue la vita degli esseri umani proprio in tre fasi, dove la fase finale è quella del tempo del ritiro dalla vita sociale e della solitudine vissuta con consapevolezza e coscienza. In quel momento ascoltiamo la verità di noi stessi e non più quella che il mondo vuole che ascoltiamo”.

Lear rinuncia al trono, cerca se stesso, lascia il mondo di ingiustizie, tradimenti, ma quando finalmente decide di vivere sul serio sopraggiunge la morte. Non le sembra una vera ingiustizia per il finale e per il pubblico?

 “Assolutamente no! Lear è una tragedia. Non deve necessariamente avere un lieto fine, anzi. Il suo scopo è rispondere alla domanda iniziale della storia e degli eventi. La morte come la vita fanno parte dell’universalità dell’uomo e del suo essere tale”.