Lo scrittore Erri De Luca ci concede un'intervista sulla vicenda che l'ha visto protagonista di un processo penale - conclusosi con l'assoluzione - per le sue dichiarazioni per il sabotaggio della linea Tav di Torino. De Luca è uno dei più seguiti scrittori italiani, autore di Non ora, non qui (Feltrinelli) e de La parola contraria (Feltrinelli) che ha scritto in difesa della sua libertà di parola.

Erri in Italia l'articolo 21 della Costituzione è sempre solennemente enunciato ma molto spesso gli inquirenti - rischiando anche di esporre il nostro sistema giudiziario alle censure delle corti internazionali - criminalizzano atti di libera manifestazione del pensiero?

Non mi intendo di procedimenti giudiziari.

Il mio caso di istigazione per frasi dette e ribadite, si urtava con l'articolo 21 della Costituzione, massimo garante di libertà di parola. Ma non ho voluto che i miei difensori presentassero istanza di incostituzionalità del capo di accusa per non vedere il processo sospeso e gli atti spediti a stagionare per anni tra gli arretrati di quella Corte. Era il primo caso di scrittore incriminato con l'articolo risalente al codice fascista. È stato un errore istruire quel processo e la sentenza del giudice ha dichiarato l'insussistenza e l'insostenibilità del capo di accusa. Non si è dovuto ricorrere perciò né alla Corte Costituzionale né a quella europea.

Pensa che il suo processo potesse nascondere – nelle intenzioni dei denuncianti - un tentativo di cercare un capro espiatorio in un personaggio noto per scoraggiare una resistenza democratica?

Mi sono difeso pubblicamente con una scrittura pubblicata dai miei editori europei: La Parola Contraria.

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Oltre a difendere il mio diritto all'uso del verbo ‘sabotare’, ricostruivo la vicenda della ventennale resistenza di una Vallata allo stupro del suo territorio in nome di un'opera nociva e inutile. Con l'incriminazione della mia opinione personale si voleva intimidire l'opinione pubblica, che ha invece reagito allargando la conoscenza dei fatti e il consenso intorno alle ragioni di una popolazione minacciata. Se c'era un intento politico, è fallito.

Ancora oggi un giornalista italiano, se condannato per diffamazione a mezzo stampa, può finire legittimamente in gabbia: che ne pensa?

La diffamazione, la calunnia sono reati contro la persona e credo che debbano essere perseguiti. Credo però da molto tempo che la prigione sia un edificio scaduto, una pena inutile e insensata.

Leonardo Sciascia diceva che "le riforme sono Porte aperte", non crede quello che si sta impoverendo sia proprio il dibattito democratico?

Il dibattito democratico ha smesso di svolgersi in Parlamento, dove valgono rapporti di forza e gli argomenti dipendono dalle alleanze del momento anziché dalle convinzioni.

Si svolge invece in un'assemblea di studenti, di lavoratori impegnati in una vertenza, più alla radio e meno in televisione, in un bar più che in una sede di partito, su un tram più che su un giornale. La democrazia è una pratica semplice, resta a livello stradale. Quando sale i gradini delle istituzioni si smarrisce.