La notte di Tora Tora!

8 dicembre. Un giorno nefasto. Partendo dal sisma che ha colpito Sumatra la scorsa notte, si potrebbe pensare che esistano giorni che, forse a causa di qualche capriccio cosmologico, attraggano eventi che faremmo volentieri a meno di ricordare. L'8 dicembre del 1941 il Congresso degli Stati Uniti dichiarò guerra al Giappone, a seguito della mancata dichiarazione di attacco da parte dell'imperatore Hirohito alla base navale di Pearl Harbor.

Il brutale e inaspettato attacco,concepito dall'ammiraglio Isoruko Yamamoto, portò al quasi totale annientamento della flotta del Pacifico, alla fonda nelle Hawaii. Il presidente Franklin Delano Roosvelt battezzò l'evento come il "giorno dell'infamia". Forti della loro superiorità marittima e protetti dalla dichiarazione di neutralità, gli Stati Uniti subirono quello che con tutta probabilità può essere considerato l'affronto più violento della loro giovane storia.

Circa duemilacinquecento marinai caddero vittime degli Mitsubishi Zero dell'Impero giapponese, cinque corazzate si inabissarono trascinando sul fondo della baia i cadetti intrappolati, quasi duecento aerei vennero distrutti negli aerodromi a terra e altre otto navi finirono gravemente danneggiate. I giapponesi sfruttarono silenziosamente il vantaggio strategico delle loro basi nel golfo del Tonchino, ottenute costringendo il governo collaborazionista di Vichy - all'epoca detentore dell'Indocina - a firmare il Trattato di Hanoi, che concedeva ai giapponesi il diritto d'occupazione e di rifornimenti sul territorio indocinese, indispensabile per continuare l'invasione della Cina meridionale.

Il primo attacco venne portato a compimento dai sottomarini, che precedettero le due incursioni aeree successive. L'ammiraglio Yamamoto, una volta diramata la notizia di successo, rinunciò alla terza ondata per ragioni storiograficamente molto dibattute e poco chiare.

Il golpe dell'Immacolata

Ventinove anni dopo, nella notte tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, la grande piova nera della destra eversiva estendeva i suoi tentacoli sull'Urbe.

Era il golpe Borghese, o golpe dei forestali, dall'epiteto giornalistico che gli venne affibbiato nei mesi successivi a causa di un progetto che avrebbe incaricato un contingente di forestali armati di occupare la sede della Rai, prendendo così controllo delle telecomunicazioni. L'artefice o, perlomeno, la più celebre personalità a capo di questo ambizioso quanto tragico disegno, era il principe Junio Valerio Borghese, rampollo dell'omonima famiglia patriziale capitolina.

Borghese era un soldato pluridecorato della Xma Flottiglia MAS, protagonista dei rarissimi successi bellici italiani dell'Italia fascista: l'impresa di Alessandria e quella di Gibilterra. Dopo l'8 settembre divenne un fiero repubblichino e, al termine del conflitto, nonostante a una condanna a due ergastoli, commutati in dodici anni - dei quali nove immediatamente condonati - divenne leader del movimento nostalgico irredentista Fronte Nazionale.

Durante l'inchiesta, apertasi qualche mese dopo, direttore del Servizio Informazioni di Difesa si dimostrò riluttante nel parlare dell'accaduto, liquidandolo come una voce di corridoio, sebbene non fu affatto un mistero la presenza di soldati in armi nella capitale. Nonostante la travagliata indagine processuale, terminata nel 1974 con l'assoluzione di tutti i vertici militari coinvolti e la tesi sul coinvolgimento triangolare tra Borghese e alcuni elementi della CIA già coinvolti nella questione del secessionismo siciliano, si diffuse l'opinione che si trattasse di una grottesca impresa concepita da un manipolo di nostalgici. Borghese, tuttavia, riparò in Spagna dove ottenne l'abbraccio del Caudillo, spirando a Cadice quattro anni più tardi.

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