Dopo l'acre rappresentazione di una tipica campagna elettorale italiana, nel particolare quella del 1994, in Aprile, nel 2001 Nanni Moretti muta totalmente registro con il suo nono lungometraggio La stanza del figlio, vincitore della Palma d'Oro alla 23° edizione del festival di Cannes.

La stanza del figlio, uno dei grandi successi di Nanni Moretti

Storia di una normale famiglia borghese italiana ad inizio millennio (il padre Giovanni, la madre Paola, i figli Irene e Andrea) che improvvisamente perde, per annegamento, il figlio adolescente Andrea. L'andare a fondo del figlio diventa metafora della cupa disperazione in cui cade la famiglia Sermonti.

Narrata dall'ottica del padre di famiglia, un analista abituato ad affrontare e risolvere i dolori e le nevrosi dei suoi pazienti si ritrova bruscamente a vivere la loro condizione. E' il classico archetipo della situazione capovolta, dell'uomo comune che deve affrontare una situazione più grande della sua per uscirne vincitore. In questo caso è una frattura apparentemente irrimediabile dell' anima che deve essere cicatrizzata. Per Giovanni l'unico modo per non far sprofondare se stesso e la sua famiglia nel baratro della depressione è un recupero impossibile del figlio dagli Inferi, della cui morte si crede in una certa misura responsabile. La situazione sembra senza possibilità di soluzione fino alla lettera e poi all'arrivo di Arianna, una ragazza con cui Andrea aveva avuto una relazione, e che ignora la sciagura.

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Appresa la morte del ragazzo vorrebbe fuggire e dimenticare, perché nessun vivente è abituato a fronteggiare il lutto, esso ci terrorizza e ci paralizza. Alla fine accetta di avere un passaggio fino al confine francese da parte della famiglia e durante il tragitto dalla disperazione si passa alla tenerezza segnale che la fase più acuta di uno smisurato dolore che inizia ad essere sorpassato.

In quella macchina i protagonisti cominciano a ritrovarsi nelle loro comode stanze, spazio fisico in cui si esprimono le gioie e i dolori più intimi e più intensi, fino a comprendere, nella meravigliosa scena finale della spiaggia che sono loro stessi, in quanto nucleo familiare, stanza l'uno per l'altro.

Moretti afferma che un dolore non può essere sempre superato, ma si può sopravvivere alla tragedia ponendo ad essa distanza e non oblio. Pellicola che apparentemente rompe totalmente con la poetica precedente del regista, ma che è invece spontanea germinazione lineare di semi sparsi già in Caro Diario. Film che esula dal compiaciuto e molesto monologare di un IO dilagante, intellettualistico, narcisistico e nevrotico a favore di una storia collettiva sobria ed edificante che evita la retorica del dolore e l'enfasi del tragico