Cinquanta storie raccontano la vita e il processo di cambiamento di pazienti, infermieri, medici, imprenditori, insegnanti, aziende e persone comuni, durante il periodo di maggiore impatto del coronavirus. È questa l'idea alla base del libro “Il diario del silenzio”, sottotitolo: “Storie reali di quarantena”, edito StreetLib, opera prima della blogger Martina Vaggi. Della nascita del libro, che è disponibile da ottobre, e di molto altro, l'autrice ha parlato a Blasting News.

Dal blog al libro

Quando è nata l'idea di lavorare a “Il diario del silenzio”?

"Questo libro era dentro di me sin dalle prime fasi dell'emergenza che purtroppo non è ancora finita.

Come mi capita spesso, anche durante il lockdown ho sentito l'esigenza di condividere i miei pensieri attraverso il mio blog “Pensieri spontanei di gente comune”. Inizialmente, la realizzazione di un libro non era prevista".

Poi cos'è successo?

"Un giorno, la mia migliore amica, un'infermiera che lavorava nel reparto Covid, mi suggerisce di scrivere un libro su ciò che stava accadendo. Sapevo che sarebbe stato un bell'obiettivo da concretizzare, ma avevo a disposizione solamente i miei pensieri".

È a quel punto che hai scelto di contattare i protagonisti dei racconti?

"Sì. Non appena è finito il periodo di lockdown, ho riflettuto e mi sono detta che il libro andava assolutamente fatto, ma si sarebbe basato sulle esperienze altrui.

Il tutto si è sposato con un'esigenza profonda: raccontare la vita degli altri. Poterlo fare mi ha dato una soddisfazione enorme".

Le storie dei protagonisti

Come ti sei approcciata ai protagonisti dei vari racconti?

"Molti di loro facevano parte delle mie conoscenze personali, poi si è creato un passaparola che mi ha portato a raggiungere persone che non conoscevo.

È stato difficoltoso trovare modi, luoghi e tempistiche per incontrarsi, ma alle telefonate ho sempre preferito l'incontro dal vivo. Alcuni di loro mi hanno raccontato le storie mimandomi le azioni con i movimenti delle braccia, le espressioni facciali, gesticolando, raccontandosi con corpo e parole".

Hai scelto di raccontare storie molto diverse tra loro. Qual è stata la più difficile da ascoltare e da riportare sul libro?

"La difficoltà maggiore è stata raccontare gli imprenditori. Ho preso appunti, li ho riletti e ho provato a immedesimarmi nei loro panni, ma non è stato semplice".

Come mai?

"Forse perché in quel momento, durante la prima fase, la situazione che ci ha destabilizzato maggiormente è stata quella sanitaria, all'opposto di ora che abbiamo a cuore anche l'ambito professionale ed economico. Mi è tornato più semplice raccontare chi aveva vissuto emozioni forti, dolori, sofferenza. Persone come infermieri o sacerdoti volontari. Maggiore era il pathos che avvertivo, maggiore era la capacità di ricreare queste immagini".

Ci sono episodi o racconti che hai scelto di non inserire nell'opera?

"Ho avuto dei dubbi sull'inserire un racconto, non per il racconto in sé ma per la persona. Ognuna di loro, comunque, mi ha dato emozioni positive. Le persone che ho sentito, le ho inserite tutte. Per alcuni ho creato anche più racconti. Ci sono state, invece, persone o aziende che non hanno voluto rilasciare testimonianze".

Nella quarta di copertina scrivi: “Tutto quello che loro mi raccontavano io lo assorbivo, diventava come inchiostro sulla mia pelle”. Adesso, quando vedi questi tatuaggi metaforici sulla pelle, a cosa pensi?

"Penso al privilegio che ho avuto nel raccontare le loro storie. Penso alla soddisfazione che non è solo mia ma è anche loro.

Penso alla frase “la felicità è reale solo se condivisa” e mi rendo conto che è così. Il libro è mio ma anche delle persone che mi hanno lasciato una testimonianza. Ho visto in tutti loro la voglia di raccontarsi. Nel caso degli infermieri, mi sono resa conto che l'hanno vissuto come un riconoscimento enorme che non hanno avuto da chi doveva darglielo. Alcuni di loro mi hanno anche detto: “grazie, menomale che qualcuno racconta queste storie”.

Questo 2020 passerà letteralmente alla storia. Sei consapevole del valore storico che un'opera come la tua potrà avere tra qualche anno?

"Ne sono consapevole. Magari tra tanti anni qualcuno penserà che si è trattato di un film, invece non lo è. D'altronde, il sottotitolo dice 'Storie reali di quarantena' ".

La copertina del libro

Lo scatto di copertina è molto suggestivo. Dove e quando è stato realizzato?

"La copertina è stata una scoperta: volevo un'immagine che richiamasse il silenzio, ma non è facile trovarne una adeguata. A un certo punto mi sono ricordata che nel periodo del lockdown, durante una passeggiata con il cane, avevo scattato delle immagini con il cellulare. Una di quelle era molto fede al testo e così l'ho utilizzata. Per il titolo ho scelto un font in corsivo che richiama lo stile del diario. Ho scelto questa forma diaristica che è presente nel libro: ogni racconto inizia con luogo, regione, data e una dicitura che si ripete. Il tutto per dare un'idea di realtà".

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