A quarant'anni dal disastro di Chernobyl, la paura legata alla minaccia nucleare torna al centro della guerra in Ucraina. Secondo il giornalista e scrittore Adam Higginbotham, gli attacchi russi alle aree che ospitano centrali nucleari, compresa quella teatro del disastro del 1986, avrebbero anche l'obiettivo di alimentare il terrore.

"Vediamo i russi bombardare le aree con le centrali nucleari in Ucraina, compresa quella del disastro. Penso che comprendano fin troppo bene il pericolo, è per questo che lo stanno facendo. Vogliono terrorizzare la popolazione ucraina, le persone in tutto il mondo: vogliono far rivivere la paura che è stata creata dal disastro del 1986".

Higginbotham è tra gli esperti protagonisti di Chernobyl: Inside the Meltdown, docuserie in quattro puntate diretta da Tom Cook ed Erica Jenkin, prodotta da National Geographic e disponibile su Disney+.

Il disastro del 26 aprile 1986

La docuserie ripercorre l'incidente nucleare del 26 aprile 1986, quando l'esplosione del reattore numero 4 della centrale ucraina provocò una catastrofe che rilasciò nell'atmosfera una quantità di radiazioni 400 volte superiore a quella della bomba di Hiroshima.

Il racconto si sviluppa attraverso nuove testimonianze, immagini d'archivio e ricostruzioni, affrontando anche i retroscena, le bugie, le coperture e le verità rimaste nascoste per anni.

Le prime ore vengono raccontate attraverso le testimonianze dei sopravvissuti.

I vigili del fuoco arrivarono sul posto senza essere consapevoli dei livelli letali di radiazioni, mentre le autorità sovietiche iniziarono fin da subito a cercare di insabbiare la reale portata del disastro.

Nel frattempo, una nube radioattiva cominciava a diffondersi e il mondo si trovava di fronte a un'emergenza di dimensioni globali. I piloti degli elicotteri tentarono di domare l'incendio nel nocciolo del reattore, operando tra colonne di fumo altamente radioattivo.

Le autorità sovietiche avviarono quindi l'evacuazione di decine di migliaia di persone e gli operai iniziarono le operazioni di bonifica. Mikhail Gorbaciov decise successivamente di istituire una zona di esclusione di 30 chilometri intorno alla centrale e ordinò la costruzione di un enorme sarcofago di cemento per ricoprire il reattore distrutto.

"Una spietata noncuranza per la salute"

Secondo Higginbotham, autore tra gli altri del libro Mezzanotte a Chernobyl, il comportamento del regime sovietico durante le operazioni di bonifica dimostrò una grave indifferenza nei confronti della salute dei cittadini.

"Il regime mostrò una spietata noncuranza per la salute dei propri cittadini, nella misura in cui mandavano consapevolmente persone a danneggiare la loro salute nelle settimane e nei mesi successivi, mentre si svolgevano le operazioni di bonifica".

Il libro di Higginbotham nasce da centinaia di ore di interviste condotte nell'arco di oltre un decennio, oltre che da lettere, memorie inedite e documenti d'archivio recentemente desecretati.

"Un modus operandi dovuto anche al livello di incompetenza e ignoranza che era intrinseco al sistema".

Tra gli esempi citati c'è quello degli oltre 3.000 uomini inviati, nei mesi successivi al disastro, sui tetti degli edifici del reattore in rovina per rimuovere i detriti radioattivi.

Higginbotham ha intervistato il generale Tarakanov, responsabile dell'operazione, che sosteneva di aver adottato tutte le misure possibili per proteggere la salute degli uomini impegnati nella bonifica.

"Io ho intervistato l'uomo responsabile dell'operazione, il generale Tarakanov, e lui insisteva sul fatto di aver fatto tutto il possibile per preservare la salute di quegli uomini. Li aveva mandati fuori con indumenti protettivi anche se improvvisati, si era assicurato che nessuno di loro uscisse sul tetto per più di pochi minuti o secondi alla volta per limitare la loro esposizione".

L'autore riconosce quindi che alcune persone cercarono concretamente di limitare i rischi, ma ritiene che lo Stato sovietico nel suo complesso abbia mostrato un atteggiamento profondamente diverso.

"C'erano certamente persone che cercavano di assicurarsi che la salute delle persone non venisse danneggiata ma lo Stato sovietico nel suo complesso in quella circostanza non ha dimostrato di badare alla vita dei suoi cittadini".

Il processo e la figura di Legasov

La docuserie segue gli eventi fino a 14 mesi dopo il disastro, quando i responsabili della centrale si trovano ad affrontare un processo farsa. Parallelamente, un'indagine indipendente fa emergere la vera causa dell'incidente e l'intera portata dell'insabbiamento.

Tra le figure centrali della ricostruzione c'è anche Valeri Legasov, uno degli scienziati coinvolti nella gestione dell'emergenza e impegnato nel tentativo di limitarne le conseguenze. Legasov entrò successivamente a far parte della commissione d'inchiesta sul disastro, ma fu costretto al silenzio. Nel 1988 si suicidò.

La sua storia era già stata raccontata nella pluripremiata serie fiction Chernobyl del 2019. Secondo Higginbotham, ciò che lo scienziato vide e visse durante la gestione dell'emergenza ebbe conseguenze irreparabili.

"Ciò a cui ha assistito a Chernobyl non solo distrusse la sua fiducia in quel sistema, ma gli causò anche danni irreparabili alla salute e, in definitiva - sottolinea Higginbotham - lo portò alla morte".