Dopo quattro anni di meticoloso lavoro, si è concluso a Firenze il restauro delle Storie di San Francesco, il celebre ciclo di affreschi realizzato da Giotto nella Cappella Bardi della basilica di Santa Croce. La notizia della conclusione dell'intervento è stata diffusa l'11 settembre 2026, segnando un momento significativo per uno dei più importanti cicli pittorici dedicati alla vita del santo all'interno del prestigioso complesso francescano fiorentino. Questo lungo e complesso lavoro ha permesso di restituire una lettura notevolmente più chiara della pittura giottesca, valorizzando con maggiore evidenza l'intensità espressiva delle figure e la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto che caratterizza l'opera del maestro.

Il progetto di studio e restauro, di grande portata scientifica e conservativa, è stato promosso congiuntamente dall’Opera di Santa Croce e dall’Opificio delle Pietre Dure, due istituzioni di riferimento nel panorama della tutela del patrimonio artistico. L'iniziativa ha beneficiato di un importante sostegno finanziario, proveniente dal Ministero della Cultura, dalla Fondazione CR Firenze, dall'ARPAI e da un gruppo di generosi donatori. Il cantiere ha interessato in modo specifico le sei scene principali della cappella, ognuna delle quali è strettamente collegata a momenti centrali e iconici della vita di San Francesco: dalla drammatica rinuncia ai beni paterni all'approvazione della Regola, dall'apparizione al Capitolo di Arles alla celebre prova del fuoco davanti al Sultano, fino alla sua morte e alla successiva apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.

Le scene e la rinnovata lettura della pittura di Giotto

La conclusione di questo restauro si inserisce in un anno di particolare rilevanza, in cui ricorre l'ottavo centenario del Transito di Francesco d'Assisi, conferendo all'evento un significato ancora più profondo. Le operazioni di recupero hanno offerto l'opportunità unica di distinguere con maggiore precisione le differenze tecniche e stilistiche tra i vari pittori che furono attivi nella cappella, operando sotto lo stretto coordinamento del maestro Giotto. La lettura critica emersa da questo approfondito lavoro conferma l'uso prevalente di una base a fresco, affiancata da un ampio ricorso a tecniche a secco. Questa combinazione era adottata strategicamente per disporre di una gamma più estesa di pigmenti e per variare gli effetti cromatici e spaziali, conferendo alle opere una profondità e una ricchezza visiva straordinarie.

L'immagine degli affreschi, ora recuperata nella sua integrità e brillantezza, consente agli studiosi e al pubblico di seguire con maggiore chiarezza l'invenzione figurativa e spaziale del ciclo giottesco. Al contempo, il restauro ha mantenuto visibili anche le complesse vicende conservative che hanno segnato gli affreschi nel corso dei secoli. Tra queste si annoverano la scialbatura a calce, un intervento di copertura avvenuto nei primi decenni del Settecento, la successiva riscoperta nel 1851 con il restauro curato da Gaetano Bianchi, e l'importante intervento condotto da Leonetto Tintori tra il 1957 e il 1959, che hanno contribuito a plasmare la storia di queste opere d'arte.

Le fasi del cantiere e i primi risultati

Nella fase iniziale del restauro, gli esperti si sono concentrati sul consolidamento delle parti più fragili degli affreschi, un passaggio cruciale per garantirne la stabilità futura. Parallelamente, sono stati ridotti i fenomeni di degrado preesistenti e sono stati rimossi con cura depositi superficiali e materiali alterati che ne offuscavano la visione. Un aspetto significativo di questa prima fase ha riguardato la rimozione di molte vecchie stuccature sintetiche, risalenti al precedente intervento di conservazione. Questo approccio metodologico ha permesso di preparare il terreno per le successive operazioni, mirando a una conservazione che rispetti l'originalità e la storia dell'opera.