Uno dei punti più alti toccati dalla terza rivoluzione industriale è sicuramente rappresentato dall'innovazione portata da oggetti come tablet e smartphone: la naturale evoluzione del telefono cellulare ai tempi del world wide web ha portato non solo a una raggiungibilità istantanea e refrattaria a qualsiasi distanza fisica, ma ad una interconnessione pressochè perenne tra gli utenti facenti parti di una stessa rete virtuale. Lo smartphone così non è soltanto una importante comodità, ma viene bensì percepito sempre di più come uno strumento necessario per affrontare la vita quotidiana. «Come raggiungere il luogo dell'appuntamento di lavoro? Ci sono ristoranti nei paraggi? A che ora è la riunione?»; pochi tocchi sul display e queste informazioni sono subito a nostra disposizione, pronte per l'uso.Non sorprenderà allora apprendere che una percentuale sempre maggiore della popolazione si trova sempre più a disagio a pensare a una vita senza smartphone; una vita disconnessa, dove l'isolamento dalla rete mobile prende sempre più i connotati di un disagio patologico ben preciso, denominato Nomofobia”

Caratteristiche della Nomofobia

La nomofobia (termine derivato dalla contrazione di No-Mobile-Fobia) è dunque una sindrome da disconnessione, altra faccia di un fenomeno che assume giorno dopo giorno i tratti di una dipendenza paragonabile a quella del gioco d'azzardo o della droga e riconducibile ai disordini legati all'utilizzo sbagliato di internet.

Il disagio in questione ha un duplice aspetto: da una parte il nomofobico paga lo scotto del suo continuo affidarsi allo smartphone, con un'ansia che non è esclusivamente legata al possibile aver perso o dimenticato il suo device a casa o in ufficio, quanto alla difficoltà nel confrontarsi con una quotidianeità resa più facile dal continuo ricorrere alle funzioni del proprio telefono; dall'altra la nomofobia nasce come conseguenza della dimensione sempre più social, alla quale lo smartphone permette di accedere tramite le numerose app messe a disposizione dell'utente.

Lo smartphone dell'utente medio, specie se under 35, è un continuo susseguirsi di notifiche luminose e rumorose, segnali multisensoriali di interazioni con altri utenti; che sia un messaggio ricevuto, un like ad un proprio post o una nuova richiesta d'amiciza su Facebook, una notifica genera sempre nel possessore dello smartphone una sensazione di curiosità subito pronta a essere soddisfatta.

Si parla in questo caso diRingxiety”, crasi dei termini inglesi “Ring” e “Anxiety” utile a rappresentare quella sensazione di attesa spasmodica di nuove notifiche. Il quadro appena tratteggiato sarà sicuramente familiare a gran parte dei possessori di smartphone, ma come è valido per ogni cosa, è l'eccesso a rappresentare un problema nonchè una spia da tenere d'occhio per preoccuparsi riguardo la propria #salute, evitando così una demonizzazione nei confronti di una tecnologia che, è importante ricordarlo, è sempre tendenzialmente neutra; si parla infatti di nomofobia quando l'utilizzo del cellulare diventa eccessivo e compulsivo, quando esso avviene in contesti e momenti poco consoni (durante il lavoro, alla guida, in bagno...) , quando l'eventualità di rimanere senza credito o batteria genera ansia (spesso accompagnata da sintomi pericolosamente vicini ad attacchi di panico, come ad esempio tremori, vertigini, tachicardia, respiro corto...) e quando si cercano di evitare luoghi e situazioni dove l'uso del cellulare è vietato (cinema, teatri, mezzi di trasporto...).

Statuto della nomofobia

Come ogni nuovo disturbo, la nomofobia è oggetto di studio [VIDEO] e la sua classificazione ancora in fieri. Nonostante infatti la parola fobia, e la sintomatologia stessa del disturbo, facciano pensare a un disturbo di tipo ansioso, la nomofobia sembra più avvicinarsi a una dipendenza patologica. Si è infatti osservato che dei pazienti nomofobici hanno risposto meglio a un trattamento mirato alla risoluzione di dipendenze patologiche, piuttosto che ad altri aventi come scopo quello di ridurre l'ansia. In altri termini l'ansia generata dalla disconnessione dalla rete mobile sarebbe solo un aspetto secondario, sintomatico della questione; viceversa il centro del discorso risiede nel rapporto compulsivo con il proprio smartphone, feticcio attraverso cui si manifestano comportamenti disadattativi del soggetto coinvolto. L'incapacità nella gestione dei rapporti personali, nella socializzazione, la difficoltà incontrata nel sentirsi a proprio agio nel mondo ‘Reale’ verrebbero in un certo senso bypassati dall'istantaneità del virtuale, dalla facilità di accesso a nuove relazioni e alla contemporanea facilità di disconnessione (tratto caratteristico di quelle relazioni liquide teorizzate da Zygmunt Baumann); per il nomofobico di conseguenza svegliarsi la mattina e non trovare nuove notifiche ad aspettarlo sullo schermo del suo smartphone è un fallimento personale, un colpo letale per il proprio ego, per la propria persona ignorata dai propri contatti i quali avranno rivolto le loro attenzioni ad altri soggetti più interessanti. La nomofobia assume dunque i contorni di una dipendenza congenita all'era digitale, dove già dai 2 anni i bambini cominciano a entrare in contatto con i dispositivi multimediali dei genitori prima ancora ad esempio di imparare semplici compiti come allacciarsi le scarpe, crescendo a stretto contatto non solo con tablet e cellulari, ma anche con l'idea che divertimento, intrattenimento e attività relazionali passino necessariamente attraverso questi. Bisogna ovviamente fare attenzione a stabilire connessioni causali in un campo di studi ancora acerbo e in continuo aggiornamento, dato che infatti non c'è alcuna controprova che il precoce avvicinamento dei nativi digitali ai devices conduca direttamente alla nomofobia, pur essendo auspicabile un certo controllo da parte dei genitori al fine di insegnare ai figli un utilizzo responsabile della tecnologia.

Neuroscienza della nomofobia

Quel che finora è certo della nomofobia [VIDEO] è che essa emerge da meccanismi già riscontrati in altri disturbi e dipendenze. Per quanto riguarda il primo aspetto analizzato, ovvero quello dell'utilizzo dello smartphone per le più svariate funzioni quotidiane, si assiste infatti a quanto osservato in altri studi sulla memoria transattiva. Banalmente definibile come la capacità di memorizzare informazioni forniteci dalle persone che ci circondano, questo meccanismo mnemonico fa sì anche che un soggetto sia meno portato all'acquisizione di nuove informazioni qualora sappiamo di essere a contatto con una persona già in possesso di quelle informazioni. Se per esempio sto affrontando una ricerca in team, sarò più portato ad acquisire informazioni riguardanti la mia sfera di competenza piuttosto che quelle riguardanti quella del mio collega. È stato osservato che da un punto di vista funzionale, il cervello non fa differenza alcuna tra uomo e macchina per quanto riguarda la memoria transattiva; lo smartphone è dunque visto al pari di un collega onnisciente al quale chiedere, riducendo notevolmente la capacità del soggetto di acquisire informazioni autonomamente da altre fonti e generando una ovvia conseguente ansia al venir meno di questa possibilità. L'aspetto della nomofobia legato alla componente social della connessione mobile segue invece i meccanismi tipici delle dipendenze più classiche quali ad esempio il gioco d'azzardo. Lo smartphone è dunque simile nel suo effetto ad una slot-machine: come la vittoria di denaro al gioco d'azzardo, l'arrivo di una notifica stimola un meccanismo di ricompensa che produce dopamina, neurotrasmettitore fondamentale nel raggiungimento della soddisfazione. Il nostro cervello viene per così dire educato a riconoscere gli stimoli che producono soddisfazione, così le notifiche vengono ripetutamente associate al piacere legato alla considerazione della nostra persona; come nel caso del gioco d'azzardo tuttavia la ricompensa non è uno stimolo continuo, bensì intermittente, soggetto al rischio e quindi ottimo candidato a creare una dipendenza. Il giocatore d'azzardo gode infatti della possibilità di vincere piuttosto che della sua certezza, ed è ciò che lo spinge a ritentare la fortuna anche in seguito a un ingente perdita di denaro, così come il nomofobo gode delle notifiche le quali non sono tuttavia parte di un meccanismo di riconoscimento e considerazione dall'esito scontato. Se il jackpot fosse una certezza, non ci sarebbe insomma una differenza di dopamina tale da distinguere le situazioni stimolanti da quelle non stimolanti, così come se la notifica fosse un avvenimento scontato, essa non sarebbe fonte di soddisfazione: la sua assenza si trasforma però in un piccolo dramma. Considerazioni di questo genere ovviamente non devono far sovrapporre la nomofobia a disturbi diversi e aventi le proprie dinamiche peculiari, ma in attesa che questo fenomeno patologico sia definito in maniera più dettagliata sono sicuramente linee guida utili per definire al meglio il rapporto tra l'uomo digitale e la tecnologia, e il confine spesso labile tra abitudinarietà, utilità e patologia. #psicologia #Curiosità