La disoccupazione è uno dei problemi più grandi che sta affliggendo il nostro Paese, complice anche l'attuale crisi economica, e i dati statistici dell'Istat lo dimostrano: il 38,7% dei giovani dai 15 ai 24 anni risulta disoccupato, così come è in aumento la disoccupazione tra i laureati, tanto che le iscrizioni all'università sono diminuite del 17%, proprio perché oggi la laurea sembra non offrire più le brillanti prospettive di un tempo.
Tuttavia tale statistica fa riferimento soltanto alla disoccupazione giovanile e non alla disoccupazione adulta, ovvero di coloro che hanno superato i 35 anni e vengono esclusi dal mercato del lavoro per motivi di età.
Un dato a conferma di questo: gli utenti del sito Lavoro.org, che riceve circa 40.000 visite giornaliere, hanno dai 25 ai 45 anni e le persone con più di 40 anni sono in aumento. Dunque queste persone, nonostante abbiano comunque acquisito esperienze e competenze, risultano fortemente penalizzate perché non hanno la possibilità di inserirsi o reinserirsi nel mondo del lavoro e si ha l'impressione che non vengano considerate dalle istituzioni.
Per frenare la disoccupazione si cerca di collegare meglio il mondo della formazione con quello del lavoro e dunque si pensa a stages e percorsi di apprendistato per neolaureati e neodiplomati, che possono così inserirsi in una realtà lavorativa il prima possibile.
Si tratta certamente di un buon punto di partenza, ma non può essere una soluzione proponibile per persone di 40 o 50 anni che hanno perso il lavoro, ma che ritengono di avere l'esperienza necessaria per rimettersi in gioco. Cosa fare dunque?
Per esempio rendere più flessibile il mercato del lavoro togliendo la discriminante dell'età anagrafica, in modo tale che tutte le persone dotate dei requisiti necessari per una determinata occupazione possano accedere alle offerte lavorative indipendentemente dalla loro età e non risulti avvantaggiata sempre la stessa categoria di persone, dal momento che il lavoro è un diritto di tutti.