Due sono gli elementi, secondo i piùautorevoli economisti del mondo, che consentono oggi alla Germania diguardare i suoi partner europei dall'alto verso il basso: i parametrisanciti con l'accordo di Maastricht del 7 febbraio1992, sopratutto il sacro principio del rapporto tra debitopubblico-PIL, e la nascita nel 2002 della moneta unicacon tasso di cambio invariabile.

Sostenere che la forza trainante dellalocomotiva tedesca debba esser fatta risalire all'abilità teutonicadi vendere i propri prodotti all'estero nonè quindi dire il vero, ma, anzi, ritengono che la leadership tedescadebba esser interpretata come la capacità dell'establishment diBerlino di giocare solo a proprio favore i principi sanciti conl'accordo del 1992.

Prima della nascita dell'euro zona nel 2002 edella moneta a tasso di cambio invariabile, la Germania, da pocoriunificata, era considerata infatti come la vera e grande 'malatad'Europa', con conti in rischio e con una crescita del proprio PIL al di sotto degli altri paesi dell'Eurozona.

Cosa è cambiato dunque? Come avremo sentito molte volte, è stata lanascita dell'euro ad aver cambiato le carte in tavola: conl'introduzione della moneta unica con un tasso di cambio 'fisso', inbase anche a ciò che era stato stabilito nel 1992, il credito cheBerlino ha potuto vantare con gli altri paesi europei, in particolarecon quelli del Sud, è progressivamente cresciuto fino a toccare loscorso anno, il 2012, la cifra record del 41,5% del proprio PIL.

Ritenere che la forza della Germaniasia dovuta all'export e al piano di riforme che la cancelleriatedesca ha attuato in questi anni, come quella del lavoro, è forse un bluff e deve essere invece interpretato come la capacitàdell'establishment di giocare a proprio favore i 'vantaggi' che lamoneta unica le ha donato, realtà che ne giustifica, nonostantemolti considerano obsoleti e inadatti per la crescita delle nazioni,quel rigore che di fatto nega qualsiasi sforamento nel rapportodebito pubblico-PIL degli altri paesi Ue.

I crediti che Berlino vanta neiconfronti degli altri paesi dell'Eurozona a onor del vero devonoesser fatti risalire a prima dell'inizio della crisi economicainternazionale, nel periodo compreso tra il 1999 e il 2007, quando iltasso di cambio fisso dell'euro ha favorito notevolmente leesportazioni tedesche in una fase in cui la domanda estera era incostante crescita.

Parallelamente a ciò, tuttavia, laGermania iniziò drasticamente a ridurre l'import dei beni edei prodotti degli altri paesi dell'eurozona, preferendogli magari quelli provenienti dalla Cina, unamisura che non sarebbe 'blasfemo' definire 'concorrenzasleale'.

Infatti approfittando del cambio fissodella moneta unica, mentre il paese teutonico esportava incontrastatoi propri prodotti agli altri paesi dell'Europa, nello stesso tempo'guadagnava' risparmiando con l'acquisto dei beni a basso costo, comequelli made in China; non è un caso, infatti, che ancora oggi laGermania sia il solo paese dell'Ue a restare contraria all'obbligo dietichettare i prodotti dei paesi extra-europei.

Ma c'è di più: c'è infatti chisostiene che la Germania sia riuscita persino, in barba a tutti gliaccordi, a farsi finanziare il proprio debito, ciò ovviamente adiscapito degli altri paesi dell'Eurozona, come Grecia,Italia e Spagna, che secondo alcuni economisti, ne sarebberoi veri 'finanziatori'.

Un finanziamento che si deve proprioall'inizio della crisi economica che ha visto le banche tedesche, adifferenza di altri istituti di credito europei, esporsipericolosamente perché piene di titoli 'tossici' americani, làdove, con il crollo della Lehman Brothers, la crisiha preso forma. Ritenere dunque che il rischio di un crollo delsistema bancario tedesco, esposto pericolosamente in quasi tutti ipaesi in crisi, come USA, Grecia, Spagna, abbia giustificato il'sacrificio' dei paesi del Sud, Italia compresa, per molti non è piùuna blasfemia.

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