L'Istat conferma le preoccupazioni degli imprenditori: l'Italia è entrata in deflazione. In buona parte della penisola, la crescita dei prezzi è diminuita dello 0,1%, mentre l'inflazione è scesa allo 0,5% del PIL. Dati che potrebbero apparire positivi al consumatore, ma che rivelano una sostanziale stagnazione economica. La produzione industriale non era così bassa dal 2009 e registra un calo trasversale su tutti i settori. Un brutto sintomo per l'industria e per i consumatori, che testimonia la fatica con cui il mercato italiano si affaccia al panorama economico emerso dalla crisi.
Una terra sconosciuta nella quale difficilmente l'immobilismo e la carenza di investimenti potranno portare a dei buoni risultati.
La situazione assume tinte ancora più fosche, considerando che secondo l'Istat assieme al costo del prodotto acquistato è diminuita la fiducia dei consumatori. Si profila così il ritratto di un Paese scoraggiato, che guarda al presente e al futuro con occhi incerti. Complici il contesto lavorativo e retributivo, che rimane stagnante e determina una diminuzione costantante del potere d'acquisto delle famiglie e impedendo loro di spendere. Il circolo vizioso che viene a innescarsi è ormai tristemente noto: si guadagna poco e si spende meno. Le aziende sono così costrette a diminuire il prezzi di prodotto, rinunciando a buona parte degli introiti connessi alla loro attività.
Se a questo si aggiunge la tassazione sempre più alta, unita alle spese di produzione e di manodopera, la situazione non potrà che aggravarsi. Il vero problema dell'economia italiana si conferma dunque l'occupazione, senza cui difficilmente si potrà produrre una nuova domanda che controbilanci l'offerta eccessiva di beni, determinando un netto incremento del prodotto interno lordo. A differenza che in passato, quando l'aumento dei prezzi era considerato un problema da risolvere, si dovrebbe puntare a un'inflazione stabile anche se non eccessiva, intesa come sintomo di un'economia sana che cresce costantemente.