L'indice composito della borsadi Shanghai haperso ieri l'8,5 per cento, un ribasso che non si vedeva dal 2007 e che sommato ai vistosi cali della scorsa settimana riporta i valori di borsa a quelli di gennaio 2015 spazzando via non solo i guadagni ma in molti casi anche i risparmi di milioni di piccoli azionisti cinesi.E sarebbe andata anche peggio se non fosse intervenuta la sospensione automatica dei titoli con un calo superiore al 10 per cento.

I cinesi dunquenon hanno avuto fiducia nelle mosse messe in atto nelle scorse settimane dal loro governo(svalutazione dello yuan e immissione di liquidità nel sistema) che dovevano consentire da un lato il recupero di competitività per le esportazioni cinesi e dall'altro la stabilizzazione dei mercati finanziari.

E senza fiducia la parola d'ordine è vendere, vendere, vendere. Così quello che viene definito il lunedì nero della borsa di Shanghai rischia di non essere l'ultimo.Le autorità monetarie cinesi non sono ancora intervenute e in queste ore ci si domanda se abbiano le idee chiare sul da farsi.

Da un lato vorrebbero lasciar fare al mercato che in una logica liberista troverebbe presto un suo punto di equilibrio, dall'altra si devono preoccupare per tutti quei milioni di cinesi che hanno dato fiducia a chi li governa investendo i loro risparmi in borsa e confidando nell'ascesa irresistibile dell'economia e delle aziende cinesi. E dato che quella fiducia sembra ormai svanita nel nulla,il resto del mondo è nel panicoperché oltre ai timori per un'economia che non mostra chiari segni di ripresa in Europa,che cresce molto meno del previsto negli USA ed è addirittura in calo in gran parte dei paesi emergenti, sa benissimo che il tracollo cinese trascinerebbe il resto del pianeta in una nuova crisi globale assai più catastrofica di quella attuale.

Malissimo anche il petrolioche, dopo essere sceso sotto la soglia psicologica di40 dollari al barile,sembra destinato a proseguire la sua inarrestabile discesa mettendo in ginocchio, se non al tappeto come nel caso del Venezuela, i paesi produttori che basano la loro economia su questa importantissima materia prima.

E, per quanto ci riguarda, mettendo in crisi una grande azienda multinazionale del settore come l’ENI.

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