Sul finire del 2015 abbiamo assistito a due eventi che, quasi coincidendo, hanno alimentato una situazione favorevole per un’altra puntata di allarmismo sui cambiamenti climatici in atto sul pianeta. Per una singolare presenza di alta pressione in alcuni paesi Europei (compresa l’Italia) e non solo (ad esempio anche la Cina), si sono venute a creare le condizioni ottimali per un ristagno dello smog e delle sostanze inquinanti da esso veicolate, favorendo per alcuni giorni valori di polveri sottili oltre i limiti massimi consentiti.

Il risultato è stato, almeno in Italia, un dicembre più mite del solito e del previsto ma anche più inquinato rispetto al desiderabile e al consentito.

Quasi contemporaneamente, a Parigi si riunivano i rappresenti di 195 paesi per prendere decisioni importati in merito a protocolli vincolanti che dovranno consentire nei prossimi anni di regolare le attività produttive o comunque inquinanti al fine di determinare una riduzione delle temperature di alcuni gradi e scongiurare il riscaldamento del pianeta in atto.

Il cambiamento climatico è un problema multidisciplinare complesso che coinvolge geologi, meteorologi, climatologi, fisici, economisti, biologi (alcuni degli elementi da considerare sono biosfera, atmosfera, litosfera, idrosfera, criosfera, sistemi economici e fattori astronomici ). E’ fondamentale non focalizzarsi sulle condizioni climatiche attuali, ma è necessario considerare la storia del clima della Terra.

E questo principalmente per due ordini di fattori: il primo è che la temperatura media globale è sempre in cambiamento come conseguenza di troppi fattori concomitanti (attività solare e suoi cicli, azione delle correnti oceaniche, eruzioni vulcaniche, effetto serra, etc ). Il secondo è che non va confusa la meteorologia con la climatologia: un conto è il tempo in un certo luogo in quel momento (“oggi piove a Milano”), un altro conto è il clima di quella zona inteso come stato medio dell’atmosfera osservato come tempo meteorologico per almeno trent’anni.

O per secoli. O nelle ere geologiche.

Nella nostra era, più o meno nel 900, i vichinghi abitarono la Groenlandia perché era senza ghiacci e verde di pascoli (il nome significa “verde terra”) ma circa cinque secoli dopo dovettero andarsene per l’avanzata dei ghiacci. In precedenza, durante i primi secoli dopo Cristo ci fu un periodo di riscaldamento più o meno in corrispondenza del declino dell’Impero Romano.

I climatologi parlano poi di Periodo Caldo Medioevale o Optimum Climatico nei secoli intorno al 1000 durante i quali il sole ebbe una attività intensa, periodo che fu interrotto dalla cosiddetta Piccola Glaciazione che, a causa di una diminuita attività solare e di una elevata attività vulcanica, portò ad un generale raffreddamento tra il ‘400 e la metà circa dell’800. Ai primi del 1700 si ebbero inverni molto freddi come testimonia anche il dipinto attribuito a Gabriele Bella raffigurante la laguna di Venezia ghiacciata (oggi se ghiacciasse la laguna di Venezia e si pattinasse sul Canal Grande per due o tre anni, qualcuno griderebbe alla fine del mondo per sopravvenuta Era Glaciale!).

Più o meno dal 1880 in poi siamo entrati in un periodo di riscaldamento che tutt’ora perdura, con una breve parentesi di raffreddamento intervenuto tra il 1940 e il 1975.

Tutto ciò dimostra la complessità dei fattori che intervengono nel condizionare le fluttuazioni climatiche e la loro grande variabilità, anche in epoche recenti durante le quali l’influenza delle attività umane era evidentemente non determinante.

Oggi la tendenza è quella di ritenere che tale influenza sia invece così determinante da essere addirittura prevalente.

Possiamo migliorare le condizioni dell’aria nei grandi agglomerati urbani (auto ibride, riscaldamenti e impianti a gas o ad energia solare e non a gasolio, etc), ma la variabilità del clima continuerà a dipendere soprattutto dalle evoluzioni astronomiche e geologiche che interverranno nel cammino del nostro pianeta.

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