In seguito alla crisi finanziaria del 2007 si è assistito ad un fenomeno nuovo di intervento pubblico a favore soprattutto del settore bancario, generando un ulteriore indebitamento dei conti pubblici, a favore di aziende private.Questo processo non si è visto in Italia, dove la quasi totalitàdegli istituti di credito, ha prima continuato senza interventi e successivamente è ricorsa al mercato per effettuare aumenti di capitale provenienti dal settore privato.

La situazione economica e politica attuale vede contrapporsi due blocchi ben distinti

Da un lato, gli istituti di credito tedeschi si trovano infatti ad avere in pancia strumenti finanziari derivati, molto rischiosi e che hanno causato notevoli perdite in questi mesi.

Di qui l’inizio dei problemi, generati da investimenti in società entrate in gravi difficoltà come Volkswagen e in strumenti derivati, che hanno ampliato le perdite registrate e che comunque hanno innalzato il livello di rischio degli asset, o attività, detenuti. Il tutto peggiorato naturalmente dal contesto generale di crisi dei mercati finanziari e di numerose economie reali mondiali.

Dall’altro lato, gli istituti di credito italiani sono notevolmente investiti in titoli di Stato, che in questa fase di Quantitative Easing e bassi tassi di interesse, danno rendimenti allettanti a fronte di rischi contenuti. Gli istituti di credito tedeschi non possono fare altrettanto perché i propri titoli di Stato hanno rendimenti ridotti se non addirittura negativi, di conseguenza sono costretti a investire in strumenti finanziari più rischiosi.

Di conseguenza, non sono necessarie partecipazioni in società rischiose né in strumenti finanziari derivati o sofisticati, per conseguire rendimenti soddisfacenti.

Queste due diverse strutture degli investimenti, degli attivi bancari e quindi dei bilanci complessivi, determinano al momento notevoli squilibri anche a livello politico, e non più solo economico.

Infatti la Germania difficilmente può accettare una rischiosità così elevata degli attivi detenuti dai propri istituti di credito; anzi, vorrebbe imporre dei limiti all’investimento in titoli di Stato, superati i quali le banche dovrebbero provvedere a coperture in termini di capitale sociale. L’Italia invece si oppone a questa intenzione, ribattendo che questa tipologia di investimento è sempre stata accettata, senza fare ricorso a coperture del capitale sociale.

Si possono sicuramente notare anche differenti strategie industriali alla base di queste due differenze strutturali. Le banche tedesche, anche in periodi di crisi, hanno continuato a detenere partecipazioni nel capitale di aziende del Paese; inoltre, hanno continuato ad innovare diffusamente nella creazione di prodotti finanziari sempre più sofisticati. Si pensi non solo agli strumenti ed ai contratti derivati, ma anche alla creazione continua di prodotti del risparmio, quali gli Etf (Exchange Traded Funds). Questa strategia ha portato a notevoli perdite sui mercati finanziari, non appena alcune grandi società partecipate hanno subito perdite anche grosse e alcuni contratti derivati (si pensi a quelli legati al prezzo del petrolio), hanno conseguito perdite anche ingenti.

Le banche italiane, invece, hanno agito maggiormente come effettivi enti erogatori di credito, riducendo nella maggior parte dei casi il contenuto innovativo, quindi di rischio, delle proprie attività. Questa strategia è vero che ha causato l’accumulo di sofferenze bancarie, ma allo stesso tempo ha ridotto i rischi che le banche italiane hanno dovuto complessivamente sostenere. Si può quindi capire la differenza di impostazione, che ha attualmente portato i due Paesi a distanziarsi e differenziarsi, anche a livello politico a Bruxelles, su due posizioni contrapposte. l'effetto del crollo del petrolio: in Italia benzina al minimo come 6 anni fa e il maxi investimento italiano di General Electric: stanziati 800 milioni di dollari.

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