La vertenza Electrolux di Porcia rappresenta un momento cruciale per l'industria italiana ed europea, un vero e proprio bivio di fronte all'avanzata della Cina. Lo ha affermato Luigi Campello, già direttore generale di Electrolux Italia e coautore del libro ‘Elettrodomestici. Il Racconto’, evidenziando un quadro allarmante. La produzione italiana di grandi elettrodomestici ha subito un drastico calo, passando da oltre 28 milioni di unità nel 2003 a una previsione di meno di 5 milioni nel 2025. Questa contrazione si riflette anche in una significativa riduzione della quota europea sul mercato mondiale, segnando un periodo di profonda incertezza per il settore.

Secondo l'analisi di Campello, la Cina si è affermata come un sistema integrato e altamente competitivo. Il Paese asiatico esercita un controllo strategico sulle materie prime, beneficia di costi energetici inferiori e di un vasto mercato interno, a cui si aggiungono cospicui sussidi statali e l'adozione di tecnologie all'avanguardia. Questi fattori hanno permesso a gruppi come Haier di imporsi come primo produttore mondiale nel settore. L'espansione cinese è tangibile attraverso acquisizioni strategiche, come quella dell’85,2% di Ceconomy da parte di JD.com, attualmente in attesa del via libera dalla Commissione UE. Altri esempi includono l’acquisizione di GE Appliances da parte di Haier negli Stati Uniti nel 2016 e l’intesa tra Electrolux e Midea per il brand Frigidaire nel Nord America, che testimoniano la crescente influenza globale cinese.

La crisi produttiva europea e le vie d'uscita

La crisi produttiva italiana nel settore degli elettrodomestici affonda le sue radici nell’allargamento a Est dell’Unione Europea. Tale espansione ha innescato una migrazione della produzione verso paesi che offrivano non solo costi del lavoro significativamente più bassi, ma anche politiche industriali più favorevoli e una manodopera qualificata. Questo fenomeno ha avuto un impatto devastante, portando la produzione italiana da oltre 20 milioni di pezzi l’anno a meno di 10 milioni in pochi anni. A questa pressione intraeuropea si è poi aggiunta la sfida globale rappresentata dalla crescita esponenziale di gruppi cinesi come Haier e Midea, e turchi come Arçelik‑Beko, che hanno ulteriormente aggravato la situazione per i poli industriali italiani storici.

Di fronte a questo scenario, Campello ha delineato quattro possibili risposte per l’Europa: adottare una strategia normativa, una difensiva, una industriale – come suggerito dal rapporto Draghi sulla competitività – oppure accettare una vera e propria resa industriale, trasformandosi unicamente in un mercato di servizi. L'ex direttore generale di Electrolux Italia ha espresso la sua preoccupazione, affermando che quest'ultima opzione, sebbene non sia stata una scelta consapevole, sta di fatto prendendo piede «per colpa di miopia e ignavia» da parte delle istituzioni europee.

Fabbriche italiane e l'urgenza di una politica industriale

Nonostante le crescenti difficoltà e la pressione competitiva, Electrolux è riuscita a mantenere operative le sue quattro fabbriche italiane, situate a Pordenone, Susegana, Forlì e Solaro.

Tuttavia, Campello ha ribadito con forza che senza una politica industriale coerente, finanziata e di lungo termine, la competitività manifatturiera europea è seriamente a rischio. La perdita di capacità produttiva non comporta solo la chiusura di stabilimenti, ma genera conseguenze ben più ampie e profonde, intaccando il lavoro, le competenze specialistiche e l’identità manifatturiera di un territorio. Questi effetti negativi, ha avvertito Campello, ricadono pesantemente sulle generazioni future.

In conclusione, Luigi Campello ha lanciato un monito chiaro e inequivocabile: «Le deindustrializzazioni minano le democrazie e la prosperità condivisa», sottolineando l'importanza vitale di salvaguardare il tessuto produttivo per il benessere sociale e politico del continente.