A differenza del saldo e del primo acconto, che possono essere dilazionati fino a dicembre, il secondo acconto IRPEF di fine anno va versato in un'unica soluzione. Una regola che negli ultimi anni ha conosciuto eccezioni temporanee, ma che oggi torna a essere quella ordinaria. Ecco perché funziona così e quali strade restano percorribili per chi, arrivato alla scadenza, non ha la somma necessaria.
Perché il secondo acconto fa storia a sé
Il meccanismo degli acconti IRPEF prevede due versamenti nel corso dell'anno, pari complessivamente al 100% dell'imposta pagata l'anno precedente: il 40% entro la scadenza del saldo (rateizzabile insieme a quest'ultimo), il restante 60% entro fine novembre.
È proprio questa seconda quota, quella di fine anno, a non ammettere dilazione: la normativa la considera un versamento unico e definitivo, distinto dal blocco saldo-primo acconto che invece può essere spalmato su più mesi.
In alcuni anni recenti (2023 e 2024) il Governo aveva introdotto una deroga temporanea per i titolari di partita IVA con ricavi contenuti, consentendo di spostare la scadenza a gennaio e di rateizzare l'importo su alcuni mesi. Si è trattato però di misure straordinarie, non confermate stabilmente: allo stato attuale, la regola resta quella ordinaria del versamento in un'unica soluzione entro fine novembre (o il primo giorno feriale utile, se la data cade di sabato o festivo).
Chi è davvero tenuto a versarlo
Non tutti i contribuenti si trovano nella stessa situazione. Chi presenta il 730 con un sostituto d'imposta attivo, in genere, non deve occuparsi di nulla: la trattenuta viene applicata automaticamente sulla busta paga o sulla pensione di novembre. Il problema della liquidità riguarda soprattutto chi versa tramite modello F24, in particolare i titolari di partita IVA e chi non ha un sostituto d'imposta.
Prima di arrivare al problema: si può ridurre l'acconto?
Prima ancora di pensare a come gestire una somma che non si riesce a versare, vale la pena chiedersi se quella somma sia davvero dovuta per intero. L'acconto si calcola in genere sulla base dell'imposta pagata l'anno precedente, ma chi prevede per l'anno in corso un reddito significativamente più basso può utilizzare il cosiddetto metodo previsionale, versando un importo inferiore.
Attenzione però: se la stima si rivela poi errata e l'imposta effettivamente dovuta risulta superiore a quanto versato, scatta una sanzione sulla differenza. Questa strada va quindi percorsa solo con dati concreti alla mano, meglio se verificati insieme a un commercialista.
Se la scadenza arriva e la liquidità manca
Chi si trova comunque impossibilitato a versare per intero ha a disposizione il ravvedimento operoso: si tratta di regolarizzare spontaneamente il pagamento, versando l'imposta dovuta insieme a una sanzione ridotta e agli interessi legali, con importi che crescono progressivamente in base ai giorni di ritardo. Muoversi nei primi giorni successivi alla scadenza comporta una sanzione molto contenuta; più passa il tempo, più il costo aumenta.
Il ravvedimento resta percorribile solo finché l'Agenzia delle Entrate non ha già contestato formalmente l'omissione: una volta arrivata una comunicazione ufficiale, la strada cambia e prevede tempi e modalità diverse.
Un consiglio pratico
Per chi sa già di avere entrate irregolari a fine anno, conviene accantonare gradualmente la somma necessaria nei mesi precedenti, invece di trovarsi a dover gestire l'intero importo in un'unica soluzione a fine novembre. In caso di difficoltà concrete, un confronto tempestivo con un commercialista permette di valutare la soluzione più conveniente tra riduzione dell'acconto, ravvedimento immediato o altre forme di gestione della liquidità, prima che il ritardo faccia lievitare i costi.