Il presidente di Confindustria Valle d’Aosta, Francesco Turcato, il 26 settembre 2026 ad Aosta, ha espresso una chiara posizione sull’ipotesi di riforma della legge 433/1985 sull’artigianato. L’intervento ha evidenziato l’esigenza di tutelare certezza delle regole, concorrenza, sostenibilità, sicurezza e qualità del lavoro. La dichiarazione si allinea alle precedenti affermazioni di Francesco Somma, vicepresidente di Confindustria per la Cultura di Impresa e la Certezza del Diritto, sulla possibile modifica della legge quadro del settore.

Confindustria, pur sostenendo la crescita dimensionale delle imprese, ha ribadito che tale sviluppo deve integrarsi in un percorso organico, garantendo tutele per il mercato e l’intero tessuto economico.

Turcato ha enfatizzato l’importanza di un equilibrio tra artigianato, industria, lavoro e mercato, avvertendo: «Alterare questo equilibrio è pericoloso».

Confronto necessario e confini aziendali

Un aspetto centrale della posizione di Turcato è il metodo della riforma: ogni fase deve essere valutata attraverso un confronto con tutte le parti sociali, coinvolgendo in particolare industria e lavoratori. Questa richiesta riflette la linea nazionale di Confindustria sulla distinzione tra impresa artigiana, piccola impresa e impresa industriale.

Francesco Somma ha specificato che, pur riconoscendo l’artigianato come componente fondamentale del tessuto produttivo italiano, Confindustria contesta la creazione di una zona grigia.

In tale scenario, un’impresa risulterebbe industriale quando compete sui mercati e artigiana quando deve sostenere costi e obblighi. Somma ha definito questo un tentativo di riforma "sbagliata e pericolosa", che rischia di confondere l’artigiano con la piccola impresa.

Impatto su lavoro e finanza pubblica: le stime di Confindustria

Il comunicato nazionale di Confindustria, diffuso da Roma il 25 settembre 2026, ha messo in luce le potenziali conseguenze negative di un allargamento indiscriminato del perimetro delle imprese artigiane. Sebbene l’ammodernamento della disciplina sia legittimo, l’estensione delle agevolazioni artigiane a una platea più ampia di manifatture produrrebbe effetti distorsivi su lavoro, finanza pubblica e mercato.

Le stime di Confindustria indicano un costo per lo Stato superiore al miliardo di euro annuo nello scenario più esteso. Ciò deriverebbe da minori entrate INPS (oltre 800 milioni) e IRPEF (tra 250 e 400 milioni), evidenziando un onere significativo per le casse pubbliche che richiede assoluta trasparenza.

Un grave rischio è stato identificato per i lavoratori: tra 1,3 e 1,8 milioni di persone potrebbero subire un cambio di contratto collettivo applicato. Tra contratti industriali e artigiani esistono differenze significative in termini contributivi e di durata degli ammortizzatori sociali. Confindustria ha avvertito che una riforma nata per sostenere l’impresa non può diventare strumento per comprimere salari, tutele e qualità del lavoro.

La vera competitività, ha sottolineato Somma, si costruisce con produttività, innovazione, investimenti, dimensione e capacità di stare sui mercati, non riducendo i salari.

Infine, emerge un tema di concorrenza: aziende simili potrebbero competere con costi profondamente differenti, creando una distorsione del mercato anziché semplificazione. Questo invierebbe un messaggio errato alle PMI che vogliono crescere, incentivandole a rimanere artificialmente in un regime più favorevole. Per tali ragioni, Confindustria si dichiara «assolutamente contraria ad interventi arraffazzonati che vanno contro gli obiettivi di crescita sociale ed economica del nostro paese».