Violente proteste hanno scosso Tirana il 31 ottobre 2026, quando gruppi di studenti si sono radunati davanti al ministero dell’Educazione per chiedere le dimissioni del premier socialista Edi Rama. La mobilitazione, registrata nel pomeriggio, ha rapidamente degenerato: prima i cassonetti dell’immondizia sono stati dati alle fiamme, seguiti dal lancio di sassi contro la polizia e, infine, dall’uso di bombe molotov.

Le forze dell’ordine hanno reagito con idranti e lacrimogeni. Gli scontri sono durati circa trenta minuti, dopodiché la folla, diradatasi anche a causa di una fitta pioggia, si è ritirata, dirigendosi verso il Palazzo di governo.

La scelta del ministero dell’Educazione come punto di partenza ha sottolineato il ruolo centrale degli studenti nella protesta.

Gli studenti respingono l'opposizione

Il tentativo dell’opposizione di centrodestra, guidata da Sali Berisha, di unirsi alla manifestazione è stato fermamente respinto dagli studenti. I giovani hanno formato un cordone per impedire l’avanzata dei militanti, dichiarando con forza: “L’opposizione siamo noi”.

La dinamica degli scontri ha seguito una chiara escalation: dall'incendio di cassonetti ai lanci di sassi, fino all'impiego di molotov, cui la polizia ha risposto con mezzi antisommossa. Dopo il ritiro dalla zona degli scontri iniziali, la folla ha proseguito la sua marcia verso il Palazzo di governo, indicando una chiara intenzione di portare la protesta al cuore del potere.

Il contesto della "Flamingo Revolution"

Questi recenti episodi di violenza si inseriscono nel più ampio contesto delle proteste anti-governative in Albania, note come “Flamingo Revolution”, iniziate il 31 maggio 2026. Dopo mesi di mobilitazioni pacifiche, il movimento ha assunto una forma più dura a Tirana, specialmente dopo l’adesione di migliaia di studenti il 13 ottobre 2026. Le richieste si sono ampliate, includendo le dimissioni di Edi Rama, il miglioramento delle condizioni di vita e la fine della corruzione endemica che affligge il Paese balcanico di 2,4 milioni di abitanti.

Inizialmente, la mobilitazione era nata in opposizione a un progetto turistico di lusso in un’area naturale protetta a Zvërnec e sull’isola di Sazan. Tuttavia, con il passare dei mesi, le rivendicazioni si sono allargate a temi cruciali come il nepotismo, la sanità, l’istruzione e una profonda sfiducia verso il sistema politico nel suo complesso.