Settembre si avvicina a grandi passi. Il prossimo mese viene considerato da addetti ai lavori e non uno spartiacque importante per ilgoverno Renzi. Tra pochi giorni infatti si discuterà sulla nuova riforma pensioni, attesa e invocata da tempo dai lavoratori italiani e i sindacati. Stando alle ultime novità aggiornate ad oggi, mercoledì 26 agosto, l'esecutivo avrebbe trovato una 'sintesi' di tutte le proposte giunte sin qui sul tavolo di lavoro. A partire da quella di Cesare Damiano, il presidente della Commissione Lavoro, fino a quella di Tito Boeri, numero uno dell'Inps.
Da un recente articolo de La Stampa si apprende che il premier, insieme al Ministro del Lavoro Poletti e quello dell'Economia Padoan, sembrerebbe intenzionato a puntare su un'uscita anticipata a 63 anni, anziché 66 (non senza penalizzazioni sull'assegno previdenziale), oltre che sul prestito pensionistico. Nessuna rivoluzione insomma, dal quadro dipinto dall'autorevole quotidiano torinese, ma un segnale di risveglio - quello sì - da parte di Renzi e compagnia cantante.
Riforma pensioni, a quanto ammontano le penalizzazioni?
La prima domanda del lavoratore italiano medio è: a quanto corrispondono le penalizzazioni della riforma pensioni di Renzi? Sempre stando all'articolo de La Stampa, per ogni anno di anticipo si dovrà rinunciare al 3 percento della pensione.
Se quindi si decide di uscire dal mondo del lavoro tre anni prima rispetto ai 66 anni che prevede l'attuale legge Fornero, la perdita complessiva dell'assegno pensionistico sarà nell'ordine del 9-10 percento. Ciò significa che, difronte ad una potenziale pensione di 1200 euro al mese, il pensionato dovrà accontentarsi di 1080 euro, perdendo ogni mese 120 euro, che resterebbero dunque allo Stato. Oltre al sistema delle penalizzazioni, la riforma delle pensioni 2015 prevederebbe anche l'introduzione del prestito pensionistico, una misura di cui si parla da due anni, quando al governo sedeva ancora l'ex primo ministro Enrico Letta. Attraverso questo strumento il lavoratore potrà richiedere, quando ancora va al lavoro, una parte delle pensioni che riceverà in futuro, ottenendo una sorta di finanziamento da parte dell'Inps, volendo usare la definizione data da Andrea Telara (Panorama) nel suo articolo.
Ciò consentirebbe agli italiani di accedere alla pensione anticipata e, contemporaneamente, allo Stato di non spendere un solo euro in più rispetto alla spesa complessiva per ogni pensionato. Un compromesso questo che dovrebbe andare in porto nelle prossime settimane, salvo colpi di scena dell'ultima ora.
E i lavoratori precoci?
Quale il destino invece nella prossima riforma pensioni del governo Renzi per i lavoratori precoci, ovvero per tutti coloro che hanno maturato un anno di contribuzione a 19 anni di età? Apparentemente l'esecutivo a maggioranza Pd non ha compreso il problema delle pensioni dei precoci, con quest'ultimi pronti ad una manifestazione nella capitale qualora il governo non dovesse ascoltarli.
È logico che una pensione anticipata a 63 anni non è la soluzione per i lavoratori precoci, molti dei quali hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni e che quindi al compimento dei 63 anni hanno maturato 45 anni di contributi e in più si vedrebbero decurtato l'assegno pensionistico del 10 percento. L'unica vera soluzione rimane la quota 41 proposta da Cesare Damiano, che garantirebbe ai precoci di andare in pensione senza penalizzazioni dopo 41 anni di contributi.