L’argomento pensioni e previdenza nelle ultime settimane è probabilmente quello più dibattuto. Prima di tutto perché entra di diritto nella discussione politica dei partiti che adesso sono chiamati alle Consultazioni dal Presidente Mattarella per la formazione del nuovo Governo. Lega e Movimento 5 Stelle sono i partiti che hanno più volte utilizzato la cancellazione della Legge Fornero come atto principale da produrre appena nascerà il nuovo Esecutivo. Nel frattempo l’Inps con diverse circolari ha di fatto confermato gli inasprimenti in termini di requisiti da centrare per le pensioni dal 2019 ma ha anche messo in luce alcune misure poco conosciute che potrebbero essere sfruttate per anticipare le pensioni.

In alcuni casi l’anticipo risulta essere molto appetibile.

In pensione senza i 20 anni di contributi?

Nel 2019 pensione di vecchiaia, pensione anticipata, assegno sociale, ma anche quota 41 subiranno gli inevitabili inasprimenti previsti da tempo e relativi all’aumento della vita media degli italiani. Sono 5 mesi in più che porteranno l’età pensionabile a 67 anni nel 2019, i contributi per la anticipata oltre la soglia dei 43 anni di lavoro e per i precoci, una quota 41,5. Quando si parla di contributi previdenziali non si può non collegare tutto a disoccupazione e problematiche del lavoro.

Per quanti hanno pochi contributi versati (e oggi sono molti per via del precariato o della disoccupazione crescente) esistono diverse possibilità di accedere ugualmente alle prestazioni previdenziali previste dal nostro ordinamento. Nella circolare 62 del 4 aprile l’Inps tra le altre cose specifica che esiste la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia con soli 5 anni di contributi. Dal 2019 questa opportunità però si centra solo al compimento dei 71 anni di età.

Con 15 anni poi esistono due vecchie misure che provengono da Governi addirittura antecedenti quelli di Berlusconi. Esistono 3 deroghe Amato e l’Opzione Dini, misure che consentono di accedere comunque alla pensione di vecchiaia senza i canonici 20 anni di contributi e sempre a 66 anni e 7 mesi nel 2018 (67 anni nel 2019).

Le possibilità

Secondo la prima deroga, è possibile andare in pensione se si possiedono 15 anni di contribuzione, ossia 780 settimane, purché chiuse al 31 dicembre 1992.

La seconda invece, prevede la possibilità di andare in pensione sempre con 15 anni di contributi, qualora l’Inps abbia autorizzato il lavoratore alla prosecuzione dei versamenti sempre in data antecedente il 1993. Possibilità questa valida anche se dopo l’autorizzazione non si è provveduto a versare i contributi volontari. La terza deroga invece riguarda i lavoratori con carriere discontinue. Servono 25 anni di carriera, 15 anni di contributi e almeno 10 anni di lavoro con periodi di assunzione inferiori alle 52 settimane.

Per tutte le deroghe, sono utili tutti i contributi, anche i figurativi. Valida anche l’opzione Dini che prevede la quiescenza sempre con soglie inferiori ai 20 anni di contributi. La pensione è calcolata con il sistema contributivo (quindi penalizzante) e prevede dei requisiti specifici, cioè aver raccolto meno di 18 anni di contributi dei quali almeno uno antecedente il 1996 e 5 di questi successivi alla stessa data.

Il lavoro notturno aumenta di importanza

Centrare la pensione con 61 anni e 7 mesi e quota 97,6 sembra più facile dopo la circolare Inps n° 59 del 29 marzo scorso. Si tratta dell’anticipo di pensione concesso a lavoratori alle prese con attività usuranti ma anche notturne. Proprio su questi ultimi la circolare agevola il raggiungimento della quota necessaria. In linea generale il lavoro notturno è quello svolto tra le 24:00 e le 05:00 del mattino seguente. Per questi lavoratori vige lo stesso trattamento previdenziale offerto ai lavori usuranti, anche se la quota da centrare varia in base alle ore di lavoro notturno effettivamente svolte nella vita lavorativa.

La circolare spiega per questi soggetti impegnati in attività di lavoro organizzate in turni comprensivi delle ore notturne potranno ottenere una rivalutazione dei contributi versati per queste ore e sarà pari ad 1,5 volte. Un esempio chiarisce meglio quello che ha spiegato l’Inps. Un soggetto per centrare il massimo anticipo concesso, cioè a 61 anni e 7 mesi di età, con 35 di contributi e quota 97,6, deve aver svolto per la metà della vita lavorativa (o in 7 degli ultimi 10 anni) almeno 77 giornate di lavoro notturno per anno. Con la rivalutazione ad 1,5 volte, basteranno 52 giornate di lavoro notturno per anno di lavoro, che così diventerebbero 78.

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