Potranno andare in pensione anticipata, grazie ad uno scivolo di cinque anni, i lavoratori in possesso del requisito minimo contributivo e che hanno maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. Lo stabilisce l’emendamento al Decreto Crescita approvato in nottata dalle commissioni Bilancio e Finanza della Camera. Quello dei requisiti su età e contributi non è l’unico paletto per l’accesso al maxi scivolo in quanto la norma è riservata alle aziende con almeno 1.000 dipendenti impegnate in processi di “reindustrializzazione e riorganizzazione“.

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Scivolo di cinque anni per la pensione dei lavoratori delle grandi imprese

E’ stato approvato nella notte l’emendamento al Decreto legge Crescita presentato da Lega e Movimento 5 Stelle che consente ai lavoratori delle grandi imprese, identificate con quelle con almeno 1.000 dipendenti, di lasciare il lavoro con un anticipo di cinque anni a seguito di un “contratto di espansione” stipulato dall’azienda impegnata in una “strutturale modifica dei processi aziendali finalizzati al progresso e allo sviluppo tecnologico delle attività”.

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In pratica, si intende favorire il ricambio generazionale delle aziende agevolando l’ingresso in organico di nuove professionalità. Questo dovrebbe essere reso possibile grazie alla possibilità, per lavoratori in possesso dei requisiti contributivi minimi e che si trovino a non oltre 60 mesi dalla pensione di vecchiaia, di ricevere un’indennità di prepensionamento equivalente al trattamento pensionistico lordo che sarebbe maturato alla cessazione del rapporto di lavoro.

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Pensioni

La misura, sperimentale per 2019 e 2020, sarà a carico delle aziende

L’emendamento che introduce lo scivolo pensionistico di cinque anni era stato presentato dai parlamentari Raphael Raduzzi del M5S e Giulio Centemero della Lega, anche se i termini inizialmente previsti erano diversi. Si ipotizzava, infatti, di riservare la possibilità di uscita anticipata ai lavoratori delle grandi imprese che si trovassero “a non più di 84 mesi dal conseguimento della pensione”, vale a dire sette anni.

Le discussioni in sede di commissione, quindi, hanno portato ad una restrizione dei termini, passati da sette a cinque anni e condizionati, comunque, al raggiungimento dei requisiti descritti, riducendo, in questo modo, la platea dei potenziali beneficiari. Una vera e propria “pensione anticipata”, inoltre, che non potrà essere il lavoratore a scegliere in quanto l’attivazione della norma sarà a discrezione dell’azienda, sulla quale graverà l’onere di erogazione dell’indennità.

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La norma approvata dalle commissioni Bilancio e Finanza entrerà in vigore dopo il passaggio del Dl Crescita in Parlamento e sarà attiva, in via sperimentale, per gli anni 2019 e 2020.

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