Oggi, 27 gennaio, è in corso il primo summit tra governo e sindacati per quanto riguarda la riforma delle Pensioni. Inizia il lavoro tecnico di superamento della riforma Fornero e di detonazione dello scalone di 5 anni che quota 100 lascerà in campo al termine della sua sperimentazione. Sul tavolo la proposta dei sindacati di una uscita flessibile dai 62 anni e l'idea del governo che punta ad una nuova quota 102. Più o meno questo è il quadro della partita. Probabilmente spinto dal fatto che ormai la trattativa di riforma è partita, Tito Boeri con una intervista al quotidiano torinese "La Stampa" è uscito con una sua personale proposta di riforma del sistema.

L'ex Presidente dell'Inps è in linea con l'idea di inserire nel sistema una misura di flessibilità pensionistica, ma prevedendo una penalità per i pensionati, in base agli anni di anticipo. Una soluzione più vantaggiosa per i pensionati, rispetto a quella che prevede il ricalcolo contributivo delle pensioni. Ecco in sintesi su cosa si basa la proposta del predecessore di Pasquale Tridico alla guida dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

Penalità crescenti per i pensionati

Pochi giorni fa Pasquale Tridico ha fatto una importante apertura a quanto proposto dai sindacati, cioè una possibile misura di pensione flessibile a partire dai 62 anni di età.

Per l'attuale Presidente dell'Inps, prevedendo il ricalcolo contributivo delle pensioni erogate anche a partire dai 62 anni, la misura potrebbe essere fattibile. In pratica, come proposto dai sindacati (che però sono contrari alla penalizzazione insita nel ricalcolo contributivo degli assegni), ai pensionati verrebbe garantita la possibilità di scegliere quando lasciare il lavoro tra i 62 ed i 67 anni di età.

Ed è più o meno sulla stessa linea di pensiero anche l'ex Presidente dell'Inps, Tito Boeri.

Anche per il professore universitario, lasciare libera scelta ai pensionati è necessario, ma senza per forza di cose passare ad una penalizzazione proveniente dal ricalcolo contributivo delle pensioni. Stando ai calcoli degli esperti, per chi ha molti anni di contributi versati nel sistema misto, accettare il ricalcolo contributivo della pensione a fronte di diversi anni di anticipo in termini di uscita dal lavoro significa perdere tra il 15 ed il 40% di pensione.

Tito Boeri invece, propone una uscita flessibile ma con una penalizzazione fissa di assegno. In pratica, verrebbe congelato a 67 anni di età il limite anagrafico utile per la pensione di vecchiaia, che poi è l'attuale soglia. E per ogni anno di anticipo rispetto ai 67 anni, si deve prevedere una penalizzazione di assegno pari all'1,5% annuo. Con questa soluzione, di Boeri, per chi opterà per lasciare il lavoro e quindi per pensionarsi a 62 anni, la penalizzazione massima sarebbe del 7,5%. A fronte di un anticipo di 5 anni, un soggetto che avrebbe avuto diritto ad una pensione da 1.500 euro al mese a 67 anni, ne incasserà una di 1.387,50 euro.

La via giusta per un compromesso tra governo e sindacati

La proposta di Boeri sarebbe più favorevole per i futuri pensionati che subirebbero un taglio, ma non così rilevante come quello previsto ogni qual volta si parla di pieno ricalcolo contributivo delle pensioni. Una idea più morbida quella di Boeri che probabilmente potrebbe essere più digerita dai sindacati. Le parti sociali da tempo chiedono che la flessibilità sia garantita a partire da 62 anni di età ed a partire dai 20 di contributi. Per i sindacati non ci deve essere nessuna penalizzazione di assegno. Una soluzione difficilmente accettabile dal governo che deve necessariamente fare i conti con la necessità di non aumentare la spesa previdenziale.

Il taglio previsto da Boeri, meno grave di quello che per esempio, prevede la proposta di Tridico, potrebbe essere più digeribile da Cgil, Cisl e Uil. L'alternativa che il governo proporrà al tavolo di oggi infatti, sarebbe la nuova quota 102, con una pensione flessibile a 64 anni ma con 38 di contributi. Una proposta diametralmente opposta a quella delle parti sociali.

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