A Stoccolma, il Gruppo di Lavoro II del IV Rapportodell'IPCC (2007) evidenziò una notasconvolgente: entro il 2080 potrebbero esserci 60milioni di persone costrettead abbandonare le proprie abitazioni a causa dei cambiamenti climatici. I Paesi in via di sviluppo subiranno leconseguenze più gravi.

L'Africa pagherà il conto più salato se non dirotteràalmeno il 6-10% del PIL per edificare opere d'adattamento e mitigazione.Sarebbe opportuno che i Paesi industrializzati sostenessero i "poveri" dellaTerra. Neanche i Paesi più ricchi faranno sonni sereni sulla base degli scenariprospettati dai meteorologi. I cambiamenti previsti per il XXI secolo sono allarmanti: spostamento ai poli delleperturbazioni, maggiore intensità di cicloni tropicali/extratropicali,accentuazione della siccità/precipitazione, scioglimento dei ghiacci,indebolimento della circolazione globale oceanica, intensificazione della variabilità climatica.

Non è fantascienza.Non sono i passaggi nevralgici del copione di un film apocalittico. Bensì ladescrizione sommaria della previsione che da qui alla fine del secolo conprobabilità l'umanità sarà costretta a confrontarsi qualora non si attuasseromisure adeguate a contrastare o a ridurre radicalmente le forzature di origineantropica, ossia l'incidenza dell'uomosull'ambiente naturale: scarichi urbani, industria, allevamento, agricoltura.

Alla luce di tale premessa, occorre ridimensionare fortemente le immissioni diconcentrazione d'anidride carbonica (CO2). Equivale a porre fine, tra le innumerevoliscelleratezze, al drammatico fenomeno del disboscamento, alla razionalizzazionedell'allevamento del bestiame, all'abbattimento della produzione diclorofluorocarburi.

L'elenco potrebbe essere più nutrito. Per fortuna, la comunitàinternazionale ha preso coscienza della situazione pur con scriteriati rinvii decisionalial solito legati a ragioni geopolitiche. Con il Protocollo di Kyoto (1997) i governi si erano impegnati a ridurrela crescita dell'emissione dei gas ad effettoserra di almeno il 5,2% entro il 2012, rispetto ai livelli del 1990.Ciascuno dei 164 Paesi che ratificò il Protocollo s'impegnò a contribuire.

Daallora ad oggi quanto è cambiato, tenendo presente le difficoltà di modificarei processi industriali, d'adottare nuove fonti energetiche, di trovare alternativeal trasporto su gomma, d'introdurre adeguati sistemi di produzione agricola ezootecnica, di rendere efficiente la gestione dei rifiuti? Ebbene, dopo Kyoto,si sono fatti passi avanti? Ammettiamolo, le promesse sono state pressochédisattese.

Il Protocollo è entrato in vigore nel 2004 grazie agli sforzidiplomatici dell'Unione Europea, conducendo persino la Russia allaratifica nel febbraio 2005. L'Australia, grazie all'allora primo ministro,Kevin Rudd, ha ratificato anch'essa il Protocollo. Un gesto significativo,poiché laggiù il 90% dell'elettricità è generato dalla combustione del carbone,essendo uno dei maggiori produttori ed esportatori al mondo.

E' immaginabilequanto sia stata forte la resistenza dei produttori ad accogliere la tesi sul riscaldamento globale da emissioni di CO2. Ora, vadetto, che il pesante limite del Protocollo di Kyoto fu di non contenere vincolilegali per i firmatari. Molte intenzioni sono rimaste sulla carta. Infatti, lemisure sinora adottate risultano insufficienti a contenere il riscaldamentoterrestre entro i 2° C. previsti dall'IPPC. Che ci sia una presa di coscienza,soprattutto da parte delle economie emergenti, a ridurre le emissioni èincontrovertibile. Tuttavia, gli obiettivi di Kyoto se da un lato non sonostati rinnegati, dall'altro trovano persistenti freni al loro conseguimento. Atteggiamentoriprovevole ed sconsiderato sulla strada del punto di non ritorno.

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