L'agenzia ONU per i rifugiati, Unhcr, ha già annotato con mestizia un ulteriore mezzo milione di profughi iracheni in fuga dalla morte, aggiungendoli all'infausto elenco di un taccuino internazionale che di profughi ne annoverava - di milioni - oltre 50.

Il mondo degli umani è in fuga, in ogni dove: da sé stesso, spesso in lotta con sé stesso, sovente agendo contro di sé. Esso è oggi attivo a rifuggirsi, in maniera mai così tragicamente frenetica, affannosa, irrefrenata.

E in esso, si richiede asilo, cibo, acqua, farmaci, dimora, documenti; amore. Mai in così gran numero, dalla fine del II conflitto mondiale; milioni di individui che abbandonano il lavoro, ambienti, affetti, sofferenze, in cerca di salvezza.

La Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno 2014 ha meccanicamente inquadrato la vastità del fenomeno, la gravità delle circostanze, il dramma delle conseguenze.

E a queste, si potrebbe facilmente aggiungere l'ampiezza del disagio a venire di quell'umanità sciamante, in prossima fuga dai nefasti effetti del cambiamento climatico. Oceano di profughi prodotto da un ambiente che l'umana intelligenza, lucida e dolente, mortifica col mito del suo Pil, con l'epica d'una necessità di crescita infinita, entro un ambiente di fatto irrimediabilmente limitato.

51 milioni di esseri umani rimbalzano contro le sponde fisiche o istituzionali, giuridiche o morfologiche di territori innumerevoli, nei quali le geo-politiche globali hanno parzializzato il pianeta.

Conflitti, crisi, attriti che rinnovano il loro parco umano di disagio, in un tempo in cui - di fatto - mai così in pace in fondo è stato il mondo.

"Il mondo fino a ieri", ha raccontato con eruditissima, enciclopedica visione l'antropologo Jared Diamond ne ha esperite "di peggiori", subite di quasi irrimediabili, attraversate di indicibili. Ma l'esame del "già stato" non consola, anzi avvilisce, se comparato con le condizioni di planetario know-how tecno-scientifico, conseguito da quella che Desmond Morris definì con humor cinico la "scimmia nuda".

In verità, l'evoluzione della "techne" non ha mai avuto accanto a sé, correndo all'ambio, un'altrettale dinamica crescita morale degli umani. Binari questi nella storia complanari ma in fondo tendenti solo all'infinito, generalmente non sovrapponentisi, giammai incrociatisi per fondersi.

Le sofferenze umane hanno molteplici matrici, scaturigini perverse, forme disparate. Eppure, al fondo sono risultanza d'una sola patologia sociale: la disumanità nel suo prismatico, efferato soma.

Il memento mori dunque risulterebbe d'obbligo, pur nella sua grevità granitica. Ci sarebbe assolutamente da riflettere, soppesare, capire, accogliere, risolvere. La superficie della nostra sfera ospitante notoriamente non presenta bordi; grande e non-limitata, al tempo ma persa nel vuoto, in cui vagano neutrini muti e inafferrabili. Quindi, soltanto a noi consterebbe di comprendere e sanare le pagine di quel nero taccuino in cui s'annotano i dolori di un'umanità che non può che ritrovare "qui e ora" il suo breve ma irrinunciabile ristoro esistenziale.

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