"Invece di vantarti dei tuoi 30 e lode, a volte specifica che frequenti la facoltà di scienze delle merendine". Questo un post in una pagina ironica di Facebook. Ma a quale facoltà fa riferimento? Proprio questa domanda ha provocato tra i giovani universitari una discussione lunga e accesa, senza però trovare risposta: da una parte coloro che si sentono presi in causa (la maggior parte studenti di discipline umanistiche) difendono a spada tratta il loro percorso di studi, dall'altra coloro che si trovano d'accordo con il post in questione sminuiscono quanto scritto in questo stesso, limitandosi a dire: "Avete la coda di paglia".

Oppure: "Fatevi una risata ogni tanto". Ma la vera domanda da porsi è per quale motivo una facoltà o un determinato percorso di studi debba essere sminuito rispetto ad altri. Questo tipo di considerazione nasconde un problema di fondo, che va aldilà dell'ambito scolastico/accademico: l'eccessivo individualismo e chiusura nel proprio io che permea la società contemporanea. Oggi internet non ha solo aperto la famosa e ormai abusata "finestra sul mondo" ma ha contribuito a un cambiamento sociale verso un sempre più radicato individualismo ( egocentrismo?), a partire dalla struttura stessa dei social network e dal loro continuo invito a farci sentire, a dire la nostra su tutto, a condividere un'esperienza con un selfie, ad ostentare il nostro divertimento con gli amici.

Con questo non si vuole assolutamente bandire internet e i social, relegandoli alla categoria "errori del progresso". Di certo però il loro meccanismo ha contribuito a trasformare la comunità di oggi che da un lato comunica con più facilità e libertà e dall'altro si frammenta in tanti piccoli io che comunicano per "cinguettii" il cui valore si crede assoluto.

In parole più semplici: questa forte propensione alla discussione, all'opinionismo è stata un'enorme apertura democratica affinché tutti, ma proprio tutti, potessero esprimersi, ma allo stesso tempo ha contribuito alla perdita di valore delle opinioni stesse, le quali spesso si danno come dati di fatto, chiuse ad eventuali critiche costruttive.

L'apertura al confronto spesso non sembra ammessa.

Sia chiaro, non si parla mai in termini assoluti, sul web si incontrano discussioni costruttive le cui opinioni contrapposte sono supportate da argomentazioni esaurienti e ricche di contenuti. Tuttavia l'esempio da cui siamo partiti, la discussione intorno a facoltà universitarie più o meno serie e impegnative di altre e il dibattito che ne è uscito, mostrano la chiusura nel proprio io, nella propria idea e scelta che non ammette critiche. "Quello che faccio io è più difficile di quello che fai tu". No, quello che faccio io è alla pari di quel che fai tu, i miei voti me li sono sudati", sono due delle argomentazioni più comuni che, con qualche variante, si ripetono per tutto il dibattito. È tutto un "io, io, io". Ci sentiamo continuamente attaccati dagli altri, siamo sempre sulla difensiva e quando l'avversario abbassa la guardia attacchiamo anche noi.

Sembra una guerra continua per apparire meglio o al pari degli altri.

Questo breve articolo non è da concludersi con toni moralistici del tipo: "Si stava meglio quando si stava peggio", "Internet sta distruggendo le relazioni umane, chissà dove andremo a finire" e via dicendo. Semplicemente (e banalmente forse) terminerei con un invito alla riflessione su noi stessi, su ciò che ci circonda, sugli altri ma anche sul nostro uso del web, il cui buon utilizzo dovrebbe esser supportato da un manuale di istruzioni nato dall'unione di buon senso, morale, e capacità di relazione sociale.

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