È una serata come tante, persone affollano uno stadio per godersi il match Francia-Germania, altre ascoltano musica in un teatro, altre ancora cenano in un ristorante. Hanno mille volti, mille storie diverse alle spalle che li hanno portati in quel luogo. Donne, uomini, bambini, anziani, giovani, ricchi, poveri, ognuno con le proprie caratteristiche. Poi le esplosioni, le urla, gli spari, il panico, la mente che corre veloce e di colpo ci sentiamo tutti indifesi, vulnerabili. Tutti impietriti di fronte all’orrore.

Sette attacchi kamikaze nella notte del 14 novembre a Parigi. Sono le 21,20 quando allo Stade de France si sentono dei rumori provenire da fuori, immediatamente evacuato il Presidente Hollande che assisteva alla partita. Contemporaneamente al teatro Bataclan quattro kamikaze hanno tenuto in ostaggio ottanta vittime. E poi, ancora in Av. de La Republicque e in un ristorante. 127 morti, 250 feriti di cui99 sono in gravissime condizioni. Numeri impressionanti, che a prima vista si fa fatica a comprendere quello che ci vogliono dire.

I colpevoli che rivendicano l’attentato, dicono di farlo in nome di un dio. "Allah è grande” è la frase che risuona nelle case e nei cuori di tutta Europa, rimbalza nei telegiornali di tutto il mondo. Ma non può essere religione. Non esiste nessun Dio che possa volere tutto ciò. Di guerre per la religione ne abbiamo studiate e conosciute parecchie, ma queste due parole messe accanto stridono tra loro. Adesso l'allerta è massima, come ha detto Angelino Alfano parlando in conferenza, non esiste un paese a rischio zero.

Dobbiamo essere consapevoli che nulla sarà come prima.

Certo, questa frase la si è sentita molte volte da quell'11 settembre del 2001. E in realtà niente è stato come prima, nel senso che è stato peggio. Dalla guerra in Iraq, voluta e sbandierata dall'allora presidente americano George W. Bush fino ad oggi la situazione del Medio Oriente non ha trovato una soluzione, bensì essa si è pesantemente aggravata. Non ci sono parole per descrivere l’orrore che si prova di fronte a situazioni così tragiche.

È successo a Parigi, laddove qualche mese fa piangevamo i morti di Charlie Hebdo: morire per la libertà di stampa, per aver disegnato delle vignette satiriche. Non è solo un attacco al cuore dell’Europa, ma all’umanità intera. Le parole del Papa sono di incredulità e di preghiera. Si tratta di una terza guerra mondiale, sostiene il pontefice, diversa da come l’abbiamo conosciuta; una guerra a pezzi, e quello di ieri ne è uno.

Chi ha rivendicato l’attacco, ovvero l'Isis, ha lanciato un messaggio, annunciando che i prossimi obiettivi saranno Londra, Roma e che Parigi 'E' la capitale dell'abominio e della perversione'.

I jihadisti hanno pubblicato un video, senza data, in cui fanno sapere alla Francia: "Non vivrete in pace finché continueranno i bombardamenti". Altre notizie dell’ultimo minuto dicono di una nuova sparatoria nei pressi delle Banlieu, la situazione è in costante aggiornamento. Il primo passo è prendere coscienza di quello che sta succedendo e che sarà necessario combattere questa follia. Non ci sono altre parole per descrivere queste convulse e frenetiche ore. Morire perché dei fanatici estremisti sostengono una tesi priva di razionalità ed umanità.

Ecco, forse questa è una parola che è mancata: umanità. Suona strana se si prova a pronunciarla oggi. La Tour Eiffel ieri sera è stata spenta. Al buio in segno di lutto. E al buio, in fondo, lo siamo un po’ tutti noi.

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