Protezione della privacy o sicurezza. La vicenda dell’iPhone di Syed Rizwan Farook e quella, più recente, del dirigente di Facebook Diego Dzodan, hanno rilanciato il dibattito fra i sostenitori della riservatezza e quelli che invece reputano necessaria e doverosa ogni azione in nome della sicurezza della popolazione. Ungiudice federale statunitense ha chiesto ad Apple di sbloccare lo smartphone di uno dei protagonisti, lo scorso 2 dicembre, dell’assalto al centro di assistenza di San Bernardino, e si è sentito rispondere, seppure con garbo, che di fare una cosa del genere non se parla proprio.

“Riteniamo” ha dichiarato l’amministratore delegato Apple Tim Cook, “di dover far sentire la nostra voce di fronte a ciò che vediamo come un eccesso da parte del governo Usa”, che si è spinto a chiedere “qualcosa che non abbiamo (il sistema di violare l'iPhone, ndr) e che consideriamo troppo pericoloso creare”.

Apple paladina della protezione dei dati personali?

Sembrerebbe di sì, almeno stando a quellavicenda, ma, forse, non è il caso di fermarsi così in superficie.

Una cosa è discutere se in un caso del genere sia giusto o meno decriptare l’iPhone, altro è interpretare il comportamento dei colossi dell’informazione, della Tecnologia e dei social.

Un’opinione potrebbe essere che Apple, agendo come sta facendo, possa finire con l’attirarsi le simpatie di tutti coloro i quali pensano che la privacy vada salvaguardata in ogni caso, ben sapendo, per contro, che, nonostante gli inviti al boicottaggio, quasi nessuno smetterà di acquistare i prodotti della mela in conseguenza di un tale atteggiamento. A conti fatti, allora, da questa vicenda Apple avrebbe solo da guadagnare, assumendo il ruolodi chi si oppone alle prepotenze governative.

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La privacy personale… e quella impersonale

La domanda, a questo punto, riguarda il comportamento generale di un colosso come Apple (ma lo stesso potrebbe dirsi di Google o Facebook): i nostri dati personali sono davvero salvaguardati come Tim Cook vuole far credere? Sono in molti a nutrire dubbi più o meno fondati in proposito.

Era il 2011 (tanto per dire quanto longeva sia la questione) quando due ricercatori americani, Pete Warden e Alasdair Allan, lanciarono l’allarme circa le funzioni di geolocalizzazione degli iPhone.

“Siamo spiati di continuo”, si disse a quel tempo, con riferimento al fatto che il telefono Apple registrava ogni spostamento dell’utente, con tanto di relativo orario, memorizzando tutto in un file criptato. Era iOS4, roba d’altri tempi, oggi è tutto diverso. O no? Al tempo si disse anche che Apple non utilizzava quei dati e, comunque, se anche li avesse utilizzati, lo avrebbe fatto in forma anonima.

Dati personali, insomma, ma del tutto impersonali.

Di privacy, del resto, ci si occupa di continuo, perché sembra esserci sempre qualcosa da approfondire. In Germania, ad esempio, l’Antitrust sta aprendo proprio in questi giorni un fascicolo a carico di Facebook, sospettata di violare le leggi sulla privacy tramite le clausole che gli utenti devono sottoscrivere per poter usufruire di alcuni servizi.

Tutto ancora da accertare, sia chiaro. Del resto anche Facebook, come Apple, si sta battendo contro le autorità in nome della privacy: in Brasile, la società di Zuckerberg si è rifiutata di consegnare alla polizia le conversazioni Whatsapp fra due presunti trafficanti di droga, con la conseguenza che, in galera, al momento, ci è finito Diego Dzodan, vicepresidente di Facebook per l’America Latina.

A vincere, fra notizie così contrastanti, finisce per essere per forza di cose il dubbio. Sarebbe meglio non fosse così, ma il risultato finale è che proprio non si sa se i nostri dati personali siano davvero al sicuro oppure no.

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