La drammaticità è di casa nel Sol Levante. Ne sono state un esempio le commemorazioni la scorsa settimana nella baia di Pearl Harbor. A partire dal boccone amaro della resa incondizionata, siglata dal Ministro degli Esteri a bordo della USS Missouri, passando poi per il teatrale e maldestro suicidio di Mishima, decapitato dall'amante in alcuni uffici occupati per l'occasione.

La bomba, il miraggio della ricostruzione,il generale MacArthur che premeva insistentemente sull'interfono del presidente Truman per segnalargli l'impellente necessità di atomizzare Pechino.

Akira Kurosawa riesumava un cinema prettamente neorealista che la guerra e la Kempeitai avevano interrotto, caricandolo di una passione letteraria che noi europei credevamo seppellita con Garcia Lorca.

Kurosawa ebbe il merito di trasformare e condire la propria cultura con una passione squisitamente europea, riuscendo nell'intento di portare all'attenzione di un continente una cultura fino a quel momento incomprensibile.

Nell'immediato dopoguerra, il Maestro firmò una rivisitazione de L'Idiota, appena due anni dopo aver presentato al pubblico europeo un capolavoro del calibro de L'Angelo ubriaco, prima collaborazione con Toshiro Mifune. L'interpretazione del gangster tubercolotico che si agita disilluso in una Tokyo devastata dai raid - a cui deve molto il personaggio di Dustin Hoffman in Midnight Cowboy - non tardò a sfondare di diritto il parterre de roi del neorealismo.

Kurosawa sapeva bene che l'isolazionismo non pagava quando si trattava di pubblico, ed era ben conscio dell'ottuso e imprescindibile bisogno di noi europei di riconoscerci in quello che guardiamo. Infarcendo di drammaticità e pathos shakespeariano le sue storie feudali, scovò la chiave di volta di una filosofia cinematografica destinata ad imprimersi nei cuori degli stranieri più di quanto non avrebbe saputo fare con i connazionali.

Gli ideali cavallereschi europei non differivano di molto dal martirio del samurai, un connubio teatrale e pubblicitario al contempo, palpabilissimo nella sua riedizione del Macbeth in cui un insuperabile Toshiro Mifune usurpa il trono dello shogun Tokugawa finendo ucciso da un nugulo di frecce in stile San Sebastiano. Il '57 fu l'anno de I bassifondi, superba traduzione nipponica del romanzo di Maksim Gor'kij.

Grazie a Kurosawa, l'interesse degli impressionisti per le litografie nipponiche si reincarnò in un'attenzione sconcertata verso una cinema che cominciava ad assumere connotati familiari.

Orgogliosamente giapponesi

Kurosawa è semplicemente il più europeo tra i registi della sua generazione, il più comprensibile. Vi furono almeno altri due concittadini che, pur vantando almeno un paio di Leoni d'Oro, non seppero mettere radici nella memoria europea.

Almeno, non ne ebbero mai intenzione. Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi vennero trascinati sotto i riflettori del Lido a seguito del successo di Rashomon, guadagnandosi un posto d'onore per le tre edizioni successive. Con i suoi 150' La vita di O-Haru, Mizoguchi mise in scena l'inesorabile dialogo con se stessa di una prostituta del XVII secolo; la composizione e la cura dell'immagine, la geometria della ripresa, i lunghi long take cerimoniali consentono di calarci in una cultura misteriosa che Kurosawa ha saggiamente sublimato attraverso il nostro gusto. La purezza compositiva ci estasia, ma i suoi contenuti rimangono criptati. Diversa è la faccenda di Ozu, che, da bravo cinefilo, saltò l'esame di maturità per andare a una proiezione mattutina de Il prigioniero di Zenda. Oltre che per una ragguardevole serie di pellicole pre-belliche, Ozu è ricordato per il documentario che Wenders gli dedicò interrompendo le riprese di Paris, Texas.

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