Ci sono mattine in cui il mondo si sveglia e scopre che è morto un 'sogno'! Sì, perché Paolo o Pablito Rossi, come tutti ormai lo definivano, l’eroe dei mondiali di calcio 1982, incarnava il sogno di chiunque, di un’Italia che si rialzava con fatica e saliva gloriosamente sul tetto del mondo. Pablito se n'è andato e con lui sono morte le anime bambine di chi in quella sera di luglio, al triplice fischio al Bernabeu, dopo quel 'Campioni del Mondo', 'Campioni del Mondo', 'Campioni del Mondo' urlato da Nando Martellini, saliva sulle macchine o sui camion colmi di bandiere sventolanti a dire a tutti che l'Italia ce l'aveva fatta, per la terza volta nella storia, dopo i mondiali prebellici vinti col commissario unico Vittorio Pozzo, ed era ancora la più forte.

Paolo Rossi: il simbolo di un'Italia intera

Il simbolo più grande di quell’Italia vincente era proprio lui, Paolo Rossi, emblema del riscatto di una nazione e di un uomo, messo da parte per le vicende del calcio scommesse e poi reintegrato da Enzo Bearzot, il suo maestro, che credette in lui e lo portò, nonostante tutto, ai mondiali. Pablito ricambiò pienamente quella fiducia dopo i primi tentennamenti. In fondo quel mondiale fu un po’ la metafora e la sintesi della vita stessa: l’incertezza (prestazioni opache), l’ombra del fallimento (la fase a gironi passata a stento), la fiducia (quella di Bearzot nei confronti di Rossi), l’attesa e poi il raggiungimento finale dell’obiettivo.

Rossi, il campione che non si arrese

Chiunque nella vita avrà avuto il proprio 5 luglio 1982, il giorno in cui comprendere che non bisogna mai arrendersi e che a lungo andare, dopo tanti tentativi a vuoto, i frutti arrivano.

E fu così per Pablito che dopo le prime prestazioni opache, con le critiche di tutti gli addetti ai lavori, quel giorno al Sarrià di Barcellona contro il Brasile prese per mano la squadra, realizzando una straordinaria tripletta e portandola, di fatto, in semifinale contro tutti i pronostici.

L'inizio del trionfo

Da quel giorno tutte le critiche furono solo un lontano ricordo, perché Rossi non si fermò più e segnò ancora, una doppietta contro la Polonia, che valse la conquista della finale, e poi quel memorabile 11 luglio contro la Germania, sotto gli occhi di un tifosissimo Pertini e del re di Spagna, Juan Carlos, il gol che aprì le danze verso il terzo titolo mondiale.

Rossi, Tardelli, Altobelli e Breitner, nel mezzo un rigore sbagliato da Cabrini, questo il palmarès di quella storica gara che probabilmente chiunque avrà imparato a memoria.

Campione eterno, senza clamori

Alla fine di quel campionato epico l’Italia si laureò, così, campione del mondo e Pablito, capocannoniere. Più avanti arrivò anche il Pallone d’oro, meritatissimo.

Solo 4 anni più tardi, ad appena 30 anni, l’addio al calcio, in punta di piedi, senza grandi clamori. Stamani l’addio alla vita, nel silenzio e nella pacatezza che aveva sempre contraddistinto la sua esistenza. Quel sorriso gentile si è spento, ma non le emozioni che ha regalato, quelle di ogni tifoso, di chiunque l’abbia amato e abbia gioito per lui. Pablito non è morto, è ancora lì in quel prato verde, con le braccia alzate, a ricordare che i sogni, in fondo, non muoiono mai, così come i ricordi, cristallizzati nell’anima per l’eternità.

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