La sovranità nazionale resta per i libici un elemento di grande sensibilità, soprattutto se a minacciarla è il paese che l’ha colonizzata, o meglio invasa dal 1934 al 1943, anche se in realtà la colonizzazione iniziò parecchi anni prima. Era il 4 ottobre 1911 quando il primo ministro italiano Giovanni Giolitti iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica, inviando a Tripoli contro l'Impero Ottomano 1732 marinai sotto l’egida del capitano Umberto Cagni. Poi, col Trattato di Losanna, che pose fine alla guerra italo-turca, il 18 ottobre 1912, il Regio esercito italiano assumeva il controllo della Tripolitania.

Le missioni militari italiane in libia andarono avanti per decenni fino a quando, con il Regio decreto n.2012 del 3 dicembre 1934, con l’unione della Tripolitania e della Cirenaica italiana, venne proclamato il Governatorato Generale della Libia. Un’invasione tutt’altro che tranquilla o amicale, basti pensare che tra il 1930 e il 1931 l’Italia per controllare i ribelli creò 13 campi di concentramento nel deserto dove per ordine di Badoglio tutta la popolazione della Cirenaica venne deportata.

La campagna elettorale italiana vista dalla Libia

Questo spiega, oltre agli interessi bilaterali tra i due Paesi, la grande attenzione dei media libici alla campagna elettorale italiana. Se infatti in molti, non solo a Tobruk, auspicano un cambio della nostra politica nel Paese per via del supporto al Governo di Accordo Nazionale che è accusato non solo di rapporti e collaborazioni con le milizie, ma anche di flirtare e finanziare direttamente o indirettamente gli islamisti, c’è anche grande apprensione per le dichiarazioni fatte recentemente alcuni esponenti politici.

Il primo a far scattare il campanello d’allarme sui media locali è stato Simone di Stefano di CasaPound che ha tranquillamente proposto un nuovo governatorato, parlando di un intervento militare unilaterale italiano teso al controllo dei flussi migratori e difesa strenua degli interessi italiani in Libia, a cominciare da quelli energetici dell’Eni. Per non farci mancare proprio nulla, il tutto è stato condito dalle immagini di un verosimile tracciato radar di un aereo militare italiano partito da Trapani girovagando sopra i cieli di Bengasi e Tobruk, come per dire tranquilli “noi ci siamo”.

Altro problema a cui i libici sono sensibili è senza dubbio la gestione dell’immigrazione che ha messo l’Italia, con il suo ministro degli Interni Marco Minniti, nel vortice delle critiche internazionali con servizi giornalistici di mezzo mondo che denunciavano il finanziamento delle milizie di al-Dabbashi & Co da parte del nostro paese. Così, a suscitare non poche polemiche è stato a Silvio Berlusconi facendo preoccupare i nostri vicini oltre mare con la sua dichiarazione “rimanderemo immediatamente indietro 600mila migra

nti”. La domanda giustamente è più che lecita: “Indietro dove? In Libia?”, si sono chiesti tanto a Tripoli, quanto a Tobruk. L’unico finora ad aver raccolto consensi, almeno tra i libici, è Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle. Il giovane candidato ha fatto parlare bene di sé con il suo discorso alla Link Campus University durante il quale ha affermato: “Ci faremo promotori di una conferenza di pace sulla Libia a Roma, che metta intorno al tavolo tutti gli attori e veda protagonista l'Italia”.

Ecco cari politici è proprio quello che i libici vogliono sentire: pace, riconciliazione e tavole rotonde, solo così è possibile salvaguardare gli interessi strategici italiani, ma soprattutto per non perdere quel poco di credibilità che ci è rimasta.

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