È già passato un mese dal crollo della palazzina di ponte milvio. Molte persone hanno perso la loro casa e, al di là della solidarietà da riflettori del giorno dopo, versano in uno stato di assoluto abbandono. Tante persone, più di cento. Hanno deciso di iniziare a far sentire la loro voce, di denunciare quello che definiscono "un immobilismo generale". Neanche il sindaco portavoce neoeletto, quella Virginia Raggi che dice di rappresentare le istanze dei cittadini, sembra curarsi troppo della loro sorte, quasi si trattasse di una patata bollente da scaricare.

Come del resto la circolazione automobilistica nell'area di Ponte Milvio,  lasciata nel caos totale e affidata all'improvvisazione, più che alla civiltà, dei guidatori.

Sensi di marcia invertiti, stradine che "sostituiscono" via della farnesina, nel tratto di fronte alla chiesa della Gran Madre di Dio, vigili che si disperano in confronti snervanti con automobilisti stremati. Un affresco della Roma contemporanea degno di Sorrentino, ma qui il punto è un altro: 120 persone sono allo sbando, senza la casa in cui hanno lasciato oggetti, ricordi e rimpianti.

Molto si sta adoperando Don Luigi Storto, nuovo parroco della Chiesa della Gran Madre di Dio, per cercare di sollecitare tutti i parrocchiani a sostenere economicamente e spiritualmente i concittadini rimasti fuori, davanti a un palazzo che continua a gonfiarsi e a incresparsi. Sembra quasi esplodere, ma nessuno ha ancora pensato a una soluzione per abbattere la palazzina; in molti si sono affrettati a dire che le operazioni dovranno essere a carico dei condomini, sì, quelli che hanno perso tutto: umiliati e offesi.

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La protesta

Proprio davanti alla chiesa simbolo della lotta all'immobilismo che tenta di travolgerli, i 120 di via della Farnesina hanno pensato allora di mettere uno striscione, come quelli che tutti osservano nel vicino stadio Olimpico. Uno striscione chiaro che non lascia spazio a interpretazioni da politica comoda o da tecnicismi dell'ultima ora. 120 persone senza casa, oggi, in Italia, a Roma. Come fossero i superstiti di un bombardamento, dimenticati dalla storia e dagli uomini (dalle donne, considerando il primo cittadino della capitale).

Il grido di aiuto di queste persone ha bisogno di una risposta rapida, non di consumate burocrazie italiane che allontanano le responsabilità e fiaccano l'intera comunità.